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1612–1644

Untitled

Girolamo Fontanella

Te, bella Clio, ch'hai ne la lira il vanto, Et in cima a l'onor dovuto loco, Or che donna real celebro e canto, A la cetera mia compagna invoco.

Vola sopra le stelle; ivi con arte La più vaga del ciel ritrova idea, Perché dipinga e pennelleggi in carte Questa donna immortal, ch'in terra è dea.

Gite lunge da me bassi concenti Et ogn'altro pensier terreno e vile. Tu, divino furor, ch'alzi le menti A' divini concetti, alza il mio stile.

Sopra quell'onde luminose e terse, In quella conca lucida e reale, Ch'a la beltà di Citerea s'aperse, Margherita sì bella ebbe il natale.

Rise il ciel, rise l'aria, e rise il tutto Al suo vago apparir, lieto e sereno, Quando parto sì nobile produtto A Partenope mia comparve in seno.

Graziosa spuntò d'austriaca pianta Peregrino rampollo, illustre germe, Che sul primo valor ch'oggi si vanta, Le sue radici ha stabilite e ferme.

Avo è di lei quell'argonauta ispano, Quel domator d'ogni crudel fortuna, Ch'alzando in mar la vincitrice mano, Fiaccò le corna a l'ottomana luna.

Quel forte eroe, che ne l'ionio lido Di sé lasciò sì memorabil suono, Ch'ottenne sol per fulminar l'infido Da l'olimpico Giove il nome e 'l tuono.

Ma di tanta beltà ricco e beato, E di tanto splendor lieto il consorte, Che fra mille il più degno ebbe dal fato Sì bella sposa a possedere in sorte!

Fortunata eroina ella pur anco Può stimarsi in amor fra mille belle, Qualor si mira e si vagheggia al fianco Sì bel guerrier che le donar le stelle.

Vince e domina quella inerme stando, Vince e domina questi in armi avvolto; Ma quanto l'un fa con la mano al brando, Fa l'altra poi con la beltà del volto.

Ella solo affrenò l'ira tonante, Di Leucopetra in su la bianca sponda, Che dal Vesuvio il regnator gigante Per la gola versò larga e profonda.

Non rinchiude la terra o cinge il mare, Né rimira la Luna entro le stelle De le bellezze sue forme più chiare, De le sembianze sue luci più belle.

Calca i fasti e le pompe, e ovunque move Maestose le ciglia, augusto il viso, Sovra il corso mortal tal grazia piove, Ch'empie l'aria di luce, il ciel di riso.

Dentro i commodi e gli agi abborre e spregia Oziosa avvilir l'animo altero. Le fatiche e gli studi ama et appregia, Pronto ingegno mostrando, occhio cerviero.

Non da mano servil filato l'oro Sovra candido lin con ago imparte, Ma tutta intenta ad immortal lavoro, Stampa eterni trapunti entro le carte.

De le Muse di Lazio ella sovente Gode i comici accenti e i lieti sali, E su l'altera e peregrina mente, Graziosa angioletta impenna l'ali.

Star fra musiche dee gode il suo bello Et angelico spirto, altero e divo; E sembra in quell'armonico drappello, Stanzando al mondo, un paradiso vivo.

Vedesi qui con ingegnose dita Adriana trattar musici legni, La voce al suono accompagnando unita, Sospender l'alme e sollevar gl'ingegni.

Qui di più corde armonioso arnese Leonora gentil tocca e ritocca; Le note scioglie in paradiso apprese, E mentre canta, ha le Sirene in bocca.

Suona il tetto real qual cielo in terra A l'apparir di maestà sì grave: Ma la muta armonia ch'al volto serra È di quell'armonia via più soave.

Sovraumana beltà ch'erge i pensieri, La ragione et il senso ammira in ella. Se nel cielo non va, non sia chi speri Cosa al mondo veder di lei più bella.

Già per dar meta a l'ardimento umano, Che per l'onde trovò dubbi camini, Con due colonne il vincitor tebano Ne l'Atlantico mar pose i confini.

Così Natura in sì leggiadra donna Accumulando il più perfetto e degno, Con una bella et immortal Colonna Pose a tanta beltà l'ultimo segno.

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