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1612–1644

Untitled

Girolamo Fontanella

Saffo piangente Vergine fu tra le donzelle argive, Ch'in vece d'ago adoperò la cetra, E sormontò da l'eliconie rive

Insino a l'etra. Trovò costei, per dilettar le genti, Di poetico stil nova testura, E d'inuditi e dissusati accenti

Nova misura. Sperava sì nel variar tenore A le sue belle e musiche querele, Cangiar quell'aspro et ostinato core

Del suo crudele. Ma sparse fur le sue querele al vento, Che del suo pianto il dispietato ingordo Fu ne l'incanto del suo vago accento

Aspido sordo. De' sacri studi innamorata e vaga, Mille belle scrivea note amorose, Ma al feritor de la sua bella piaga

Pietà non pose. Qualor cantando in su la lira stea La verginella in quel bell'atto grave, O come bella a rimirar parea,

Così soave! Non rozzo lin di filatrice ancella L'animato alabastro in lei copria, Ma molle seta di Meonia bella

Ricca vestia. Avean le braccia un delicato velo, Vergato intorno di purpurea lista, Che trasparia, come traspare il cielo,

Con lieta vista. Un ramoscel di trionfante alloro Le inghirlandava il maestoso crine, Che smeraldo parea giunto con oro

Nel suo confine. Di ceruleo color trapunta a stelle Avea la ricca e preziosa gonna, Sì che parea, tra tante cose belle,

Diva, non donna. Prende la penna e mescolando insieme Va con l'inchiostro il doloroso pianto, E come cigno ch'è su l'ore estreme

Fa questo canto: “Oh Dio, ch'io moro!e 'l mio morir non credi Tu, bel garzon, che sospirar mi fai; Tu, crudo Amor, che lagrimar mi vedi,

Pietà non hai. Io non credea ch'in sì leggiadro aspetto, Ove ogni bello accumulò Beltate, Si nascondesse mai sì duro petto,

Senza pietate. Ma lassa, oimè, che tra leggiadri fiori S'asconde spesso il traditor serpente, E dentro coppa di topazi e d'ori

Veleno algente! Io per gradirti et allettarti spesso Novelle forme al poetar ritrovo, E col dolor ch'ho ne le carte espresso,

Lo stil rinovo. Io per ferirti il giovinetto core, Ch'è per mio mal di tenerezza scarco, Su questa lira, che mi diede Amore,

Trovato ho l'arco. O quanti suoni fo sentir diversi, Per allettarti, innamorato e vago! Batto le corde e fo scoccare i versi,

Né mai t'impiago. O quante volte io ne le carte accoglio La somma, oimè, de' miei penosi affanni! Ma tu nel foco il mio vergato foglio

Crudel condanni. Leggi, cor mio, le dolorose carte, E 'l duro petto intenerisci un poco; Queste parole ch'ho segnate e sparte

Son tutte foco. Dovresti alquanto intenerirti, o crudo, E a tanti prieghi impietosir benigno: E che sei tu, d'umanitate ignudo,

Freddo macigno? No, no, cor mio, quel dispietato seno Fa' molle e dolce a l'amoroso dardo; Verrò di vita e di soccorso meno,

Senza il tuo sguardo. Non è gran dono a chi per te sospira Un dolce sguardo, un sospiretto solo, Un guardo solo a le mie luci gira,

Fra tanto duolo”. Così dicea la lesbica donzella; Poi gli occhi in terra lagrimando affisse, Posò la penna, tramortita e bella,

E più non disse.

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