Mugge ai tuoni la terra, Che l'olimpico dio vibra dal cielo; Pallido il re di Delo Dentro nubi d'orror fosco si serra.
Le cataratte sue spalanca Giuno; Sta l'aer cieco e bruno, E sembra, intorno a tant'orror profondo, Fra diluvi del mar sommerso il mondo.
Gonfi i fiumi spumanti Sdegnano i gioghi degli arcati ponti; Da le cime de' monti Scendon precipitosi in giù sonanti,
E impetuosi accelerando i passi, Svellono arbori e sassi; Et a l'umido re de' salsi dei Portano in su le corna ampi trofei.
Dunque a' miei danni armato Amor, Fortuna e 'l cielo or si congiura? Starò fra queste mura Per tema de le piogge ancor celato?
Et accusando il pigro andar de l'ore Con palpitante core, Non vedrò quel bel volto? Ahi, chi m'arresta? Che può farmi giamai tuono o tempesta?
A l'impeto de' venti Più la face d'amor viva sfavilla; Quando pioggia distilla, De le lagrime mie doppia i tormenti:
Non cura di tempeste acceso amante. Vanne, o mio cor costante, Sprezza travaglio e vilipendi affanno: Sarà molta la gioia e poco il danno.
Ma qual fervido lampo Or m'infiamma la fronte e i lumi abbaglia? A troppo aspra battaglia Or mi commetto e non ritrovo scampo;
Che risolvo, che fo fra tai perigli? O cor, che mi consigli? Morirò fra la pioggia ombrosa e carca, Andrò fra tuoni ad incontrar la Parca?
Non mi rispondi, et io Pur sento Amor che 'l mio timor rinfaccia; Il ciel tuona e minaccia. Muse, ricorro a voi nel dubbio mio:
Rendetemi da' tuoni oggi sicuro, Fatemi al crine un muro Di lauree frondi; io so che 'l ciel perdona A chi di lauro adoperò corona.
Ma frema il ciel ardente, E gorgogli a sua posta il crudo fato; Non temo il cielo irato, O pioggia mi sommerga, o rio torrente.
Deh!se nel mio viaggio, oppresso e stanco, Amor, di vita io manco, Fa' tu che 'l vento mi conduca e porte De la mia donna a le bramate porte.
Simil destino ancora Provò per bella donna amante fido, Il giovine d'Abido Da le procelle estinto uscendo fuora.
Or tu, Musa, mi narra oggi gradita, Come uscisse di vita. Desta flebile il suon, pietoso il canto, E dia l'istoria mia materia al pianto.
Colà, dove orgoglioso L'elespontico mar bolle spumante, Iva il giovene amante Fra belle braccia a ritrovar riposo.
Felicissimo lui, se rio destino Non rompeali il camino; Per esser troppo fido a donna bella, La vita espose a l'infedel procella.
Avea l'umido regno Più del solito un dì gonfiate l'onde; Flagellava le sponde Con empio orgoglio e con vorace sdegno;
E tanto sopra l'aria alto sorgea, Ch'ad ora ad or parea, Con le sue fosche e torbide procelle, Gir fino al cielo ad annegar le stelle.
Non sa quel che far debbia Il giovine amator, dubbio e sospeso; Stimulato et acceso, Vede l'oscura et importuna nebbia,
Che gli minaccia morte; osserva il vento, Che gli porge spavento; Scorge torbido il mar ch'empio rimbomba, E dà prima la morte e poi la tomba.
Amor lo punge e spinge A darsi in preda a la tempesta e a l'onda. S'avvicina a la sponda; Timor di morte poi l'affrena e stringe.
Prega la dea d'amor che plachi il mare, Né sa, dubbio, che fare. Torna e gira sul lito, e in dubbia voglia, Prega, piange, desia, si veste e spoglia.
Già da lungi bramosa Il suo caro amator la bella attende; La face in alto accende, Per farli amica scorta a l'aria ombrosa;
Da pensier combattuta, al ciel sospira, Del mar contempla l'ira; Mesta da riposar non trova loco, Che tant'acqua le vieta il suo bel foco.
Più sofferir non puote Tanto indugio in amor l'amante audace; Non prezza il mar vorace, Come fossero l'onde in calma immote.
Spicca un salto leggier dal curvo lito, E intrepido et ardito, Ove più l'onda, ove più il vento sbuffa, Generoso nel mar tosto s'attuffa.
Dentro il pelago insano Le braccia inarca al generoso nuoto, E con alterno moto, Agilitando il piè, stende la mano.
Spinge col fiato i flutti, et è sì grande L'ardor che 'n lui si spande, Ch'ad ammorzar quel desiderio interno, Passaria, varcaria sin a l'Inferno.
Ma fra tante rovine Il misero Leandro intorno scosso, Di qua, di là rimosso, Combattuto, abbattuto arresta al fine.
Di lena e di vigor languido manca, Con voce afflitta e stanca Prega Amor, prega il ciel nel mare ingordo; Ma l'un si mostra cieco, e l'altro sordo.
Ecco da l'onde assorto Vien meno il giovinetto e cede estinto, Da ria procella vinto; Trasportato sul lito, arriva morto.
Misero lui, misera lei, ch'intorno, Sul rischiarar del giorno, D'alto balcone, a le sue luci infesto, Spettacolo mirò così funesto.
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