Stava il pittor di Coo Tutto intento e rivolto A linear con ingegnose dita De la bella Campaspo il dolce volto:
Eran sì vaghi i suoi profili e belli, Che dal lucente Eoo Parea che l'alba, in oriente uscita, Gli prestasse i color, l'ombre e i pennelli;
E sì fiso pendea Da la vaga beltà ch'innanzi avea, Che 'n mirar quelle luci, uniche e sole, Un'aquila parea rivolta al sole.
Sospirando mirava, E mirando stupiva, Di quel bel corpo ogni ben fatta parte, Ch'era d'eterna man pittura viva.
Con sì dotto giudizio et alto ingegno Il pennello ei trattava, Che ciascuno in mirar l'opra de l'Arte, Di Natura stimolla alto disegno;
Talché, dubbia e confusa Da tanta grazia a meraviglia infusa, Or questa, or quella in contemplar fattura, Se stessa non sapea trovar Natura!
Mentre sopra la tela Animava il colore, Restò senza color morto nel viso; Agghiacciò di paura, arse d'amore,
L'armi de la beltà mirando ignude. Trema, sfavilla e gela Di stupore e d'amor col guardo fiso; Sente in petto mancar l'alta virtude.
Ei pinge accorto e vago, E seco pinge Amor la stessa imago; Ma con istil diverso e pellegrino L'uno pinge nel cor, l'altro nel lino.
Dal suo lodato inganno Ingannato si sente; Vede d'un'ombra uscir sì vaga luce, Che l'abbaglia il pensier, l'occhio e la mente.
Ecco poi di pittor diviene amante; Fabbro del proprio danno, Il suo cieco desio prende per duce; E qual farfalla baldanzosa errante,
Corre al soave lume A incenerir le semplicette piume. O di fiera beltà cambio crudele, Recar la morte a chi l'avviva in tele!
Mirò, posando in trono, Manifesto il desio Ne le luci d'Apelle il re di Pella; E volto a lui, re generoso e pio,
Signoreggiando ancor l'interno affetto, Con magnanimo dono Diede al regio pittor l'efesia bella. Ei solo a tant'onor fra mille eletti,
Premio di sua fatica, Ebbe dal greco eroe la bella amica, Sì bene allor da la sua man dipinta, Che la vera impetrò, per far la finta.
Fabio, tu che raccogli Nel petto e ne la mano Nobiltà d'Alessandro e stil d'Apelle, Invan ne l'opra tua fatichi, invano,
Se speri in premio aver costei che pingi. De l'armi Amor tu spogli Sol per armar sue dita eburnee e belle; L'arco ne la sua man canora fingi,
Inaccorto consiglio: Che giova l'arco a chi per arco ha 'l ciglio? Ah, vuoi mostrar ch'è geminato il dardo, Che t'impiaga la man, fulmina il guardo!
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