Che fai tu, pigro Amor, che, destro e sciolto, A la bella Artemisia or non t'invii? E se la madre tua trovar desii, Va', che la trovarai nel suo bel volto.
Meraviglia e stupor reca a ciascuno Questa bella fra noi donna latina; Chi l'alta sua beltà mira divina, Rimira Citerea, Pallade e Giuno.
O con che belle et ingegnose dita Tratta del suo pennel l'alto valore: Senso infonde a le tele, alma al colore, Luce a l'ombra riporta, ai morti vita.
Corse più d'un eroe, stupido e attento, L'opre a mirar de la sua dotta mano. E 'l brittanico re sin da lontano Tributo ai merti suoi mandò d'argento.
Peregrina leggiadra in Adria venne, Già nove glorie a procacciar rivolta, E da' veneti eroi cortese accolta, Di mille e mille cor dominio ottenne.
Pur ne l'Arno famoso il tosco Duce, Ch'imperioso in su l'Etruria siede, Ne le regie sue stanze albergo diede A sì famosa e peregrina luce.
Fortunato colui ch'ottenne in sorte Pittura di sue man nobili e rare, Che qual novo Palladio, ovunque appare, Fa per tema fuggir l'orrida morte.
Ogni opra di sua man sì bella espressa, Finta no, ma vivace, e vive e spira: Passo et atto non move, occhio non gira, Ch'immota stassi a contemplar se stessa.
Lasciano Citerea gli alati Amori, Per ubbidirla ancor ministri intenti, E sovra pietre candide e lucenti Sudano stanchi a macinar colori.
Or vola al ricco albergo, ove soletta Costei risiede in maestà gentile; Pria riverente a lei t'inchina umile, E poi de' cenni suoi l'imperio aspetta.
Deh! fanciullo gentil, se mille e mille Brami aver poi da me lusinghe e baci, Fra mille amplessi del mio cor tenaci, Queste voci in mio nome oggi tu dille:
“O de l'alma pittura unico pregio, Degna del più purgato e fino inchiostro, De le donne più belle altero mostro, De le Grazie più scelte unico fregio,
Quel tuo fedel che con la lira al collo Canta del nome tuo la gloria illustre, Vuol che nel colorir, saggia et industre, Su la tela dipinghi il biondo Apollo.
Pingi quel dio che ti somiglia tanto, A la luce degli occhi, al crine biondo, Che dà legge a le sfere e lume al mondo, Che dà numero al verso, anima al canto.
Non con quell'atto bellicoso e forte, Di faretra sonante il fianco armato, Allor che fe' nel gran Pitone alato Con acute saette entrar la morte.
Né come è sopra il ciel lucente auriga, Di fiammelle e di raggi il capo adorno, Allor ch'al mondo apportator del giorno, Va guidando là su l'aurea quadriga.
Né d'Ameto pastor rozzo di spoglia, Ch'in cambio de la cetra usi la piva, E pascendo d'Anfriso in su la riva, La sampogna risuoni e 'l gregge accoglia.
Né come si guardò, fervido amante, Fuggitiva seguir Ninfa gioconda, Che giunta appresso a la tessalic'onda, Trasformata in allor, fermò le piante.
Ma guerriero pacifico e concorde, Su la manca mammella appoggi il legno, E con espresso e manifesto segno Mostri ferir, mostri animar le corde.
Sopra il collo elevato il biondo crine Scioglia in crespi volumi, in auree anella. Abbia tenera guancia, e mostri in quella Tra giovine e fanciullo età confine.
Ma se forse non puoi la forma espressa Di quel nume veder, sacro e divino, Mirati ne lo specchio, e poi nel lino Col tuo vago pennel pingi te stessa.
Ministro ufficioso essendo io teco, La benda mi torrò ch'agli occhi porto, Per veder come pingi in atto accorto, Ma temo poi di non restar più cieco.
Su la faretra mia distendi avanti, Ingegnosa maestra, i minii tuoi; E se 'l licor per temperarli vuoi, Lagrime ti darò di mille amanti.
Se stanca ti vedrò nel bel lavoro Sudori distillar di vivo argento, Io dolce svegliarò subito il vento, Col ventilar de le mie piume d'oro.
Se colori desii forse immortali, Per rubarli a l'Aurora, andrò nel cielo; Se ti mancano tele, eccoti il velo, Se tu brami pennelli, eccoti l'ali”.
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