Non vo' di Clio la bellicosa lira, Ma d'Euterpe animar bramo l'avena, Quella che dolce spira Da pacifico petto aura serena.
Or tu, rozza Camena, Mentre accordar la piva oggi mi tocca, Dolce fiato dal ciel spirami in bocca. Chi prende a risvegliar guerriere corde,
O soffia in cavo rame aure canore, Con tumulto discorde Di battaglia mortal turba ogni core: Ad incolto pastore,
Ch'è nel semplice cor pura colomba, Spira terror, non armonia la tromba. Io di cava sambuca armato il collo, Cantar rustico stato oggi m'ingegno,
Ch'ancor rustico Apollo In Anfriso accordò rustico legno, E dal beato regno, Per abitar fra pastorali squadre,
De l'olimpico dio discese il padre. Prova requie tranquilla, ombra quieta, Chi fra colli stanzando i giorni vive. Gode un'anima lieta
Star fra lauri, fra palme, olmi et olive. Ditele, aonie dive, Voi che posate al mormorio de' fonti, Che dolcezza e che pace è star ne' monti.
Mostra nunzio del cor fedele il volto, Chiude in ruvido aspetto alma gentile Chi tra capanne accolto, Lungi da le città, ricovra umile
Ne le ville, non vile; Fasto o pompa non cura o d'oro il manto, Stima fumo la fama e vento il vanto. Usa d'ispida lana aspro mantello,
Dentro rozzo coturno il piè ripone; Ha di giunchi il cappello, Regge con franca man rozzo bastone. Qual selvaggio campione
Ha sempre il dì, per suo ristoro usato, Di sampogna e di tasca il fianco armato. Ei de le mandre regnator primiero, In cambio di corona usa ghirlanda;
Con mansueto impero, Senz'aver signoria, regge e comanda. Ove sue leggi spanda, De la sua canna ubidiente ai suoni,
Vanno popoli suoi tauri e montoni. Contrario al suo voler ladro o nemico, Fuor che 'l lupo e la volpe, altro non pave. Verso il tenero amico
Mentita frode adulator non have; Et al tempo soave, S'augellini talor, se pesci inganna, È la trappola sua l'esca e la canna.
Or trae d'irsute poppe esche vitali, Tributari facendo a sé gli armenti, Or con due ferri eguali Va troncando talor velli crescenti,
Or ne' vasi bollenti Stringe il tenero latte, or mille belle Tesse a l'ombra gentil reti e fiscelle. Non di dedala man fabriche altere,
Prove illustri de l'arte, ergendo stassi; Ch'a poggiar su le sfere Troppo a l'uomo qua giù gravano i sassi. Di canne il tetto fassi,
E di palustre e morbidetta paglia, Perché forse là su più lieve ei saglia. Ozioso amator, non compra o merca Da lascivo cantor musica fole;
Non ambisce e non cerca Chi faceto nel dir lieto il console: Smaltata di viole, La sua scena è la piaggia erma e soletta,
L'augellin lo lusinga, il vento alletta. Striduletti loquaci, i foschi grilli Dolci chiamano a lui l'amiche notti; Dorme i sonni tranquilli,
Non mai da rio timor turbati o rotti; In tuguri et in grotti Solcando de l'oblio l'umido gelo, Per la porta del sonno entra nel cielo.
Prende dolce riposo, insin che 'l ballo Il dipinto augelletto alza veloce. Ode il fervido gallo, Che la gioia del cor mostra a la voce,
E nel gaudio, feroce Dibattendo le penne intorno al nido, La venuta del sol mostra col grido. Vede quante dal ciel perle e diamanti
L'alba nunzia d'amor larga dispensa; Quante goccie stillanti Cadono in bocca ai fior da l'alta mensa; Perle trovar si pensa,
E mentre vuole impoverirne i fiori, Le perle, che vedea, ritrova umori. Semplicetti piacer, puri diletti, Nel suo candido cor meta non hanno.
Gode in mezzo i fioretti, Ne la cuna d'april, bambino l'anno. Sgombro fuor d'ogni affanno Sente i zefiri dolci, e lieti e belli
Serafini de l'aria o degli augelli. Lieto giubila poi ch'irsuta e bionda Mira stridula uscir l'amata spica. O che vista gioconda
Gli apporta in campo allor Cerere amica! Per la campagna aprica Da le rigide ariste alte e mature De le fatiche sue miete l'usure.
Ecco poi su l'autunno egli si vede Spogliar la vite in braccio a l'olmo amante; E con gemino piede Ne' tini calpestar l'uva stillante,
Perché, dolce e spumante, Col suo bell'ostro che cagiona il riso, L'allegrezza del cor pinga nel viso. Vede l'anno incurvar sotto il gran peso
De la debole età, rugoso e stanco; D'Austro e da Borea offeso Di pruine e di ghiacci asperso e bianco. Sul legno appoggia il fianco,
E ragiona fra sé con questo accento: “S'è di ferro l'età, come è d'argento?”. Spesso l'ampia città mira dal monte, E gli sembra un Egeo veder risorto.
Dice, stupido in fronte: “Là vedo il mar, ma non ritrovo il porto. Qual meraviglia ho scorto! Un gonfio mar quella città mi pare;
Questo il porto sarà, se quello è il mare”. Ivi regna la corte, ove la piuma, A chi sonno desia, spina si face. Là si rode e consuma
In mezzo agli agi altrui l'invidia audace; Là fra turba mendace, Porgendo ai vani ambiziosa laude, Mascherata d'amor regna la fraude.
Ahi!che giova al signor l'esca reale, S'ivi insidia di morte asconde il reo? Mesce l'onda letale Nel bel licor, che distillò Lieo.
Senza tosco leteo, Qui la ghianda e 'l ruscel, limpido e puro, È bevanda fedel, cibo sicuro. Ivi ingordo signor che l'Indie ha corso,
Sopra cumuli d'or, china la testa, Numera l'or, no 'l corso Che di sua vita a terminar li resta; Ecco al fine s'appresta,
E ritrovasi al fin sopra il tesoro, Con la chioma d'argento, in mezzo a l'oro. Sì vorace desio, sì ingordo affetto In selvaggio cultor l'alma non rode:
Sotto un povero tetto, Con la cara famiglia allegro ei gode; Poi con amica lode, A la debile età giungendo al fine,
La bianchezza del cor mostra nel crine. Usi tumido cor morbide vesti, Di profumi sabei diffuse e sparte: Sono lacci contesti
Quelle seriche fila, opre de l'arte, Là dove a parte a parte Un vano cor d'ambizione spinto, Da la superbia sua rimane avvinto.
Fuor da' bombici suoi ricca testura Tragge industre talor rozzo villano; Ma la schiva e non cura, Come pompa d'un cor fallace e vano,
Come lavor profano: “Fra pompe”, ei dice, “a la città t'invio; Va', liga altrui, ch'io libertà desio”. Segna il corso mortal con lungo giro,
E la via de la vita ei sano varca; A l'estremo sospiro Pigra e tarda per lui giunge la Parca, Sciolta, libera e scarca.
Così bella di morte acquista forma, Che tu dubbio non sai se mora o dorma.
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