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1612–1644

La Santissima Eucaristia

Girolamo Fontanella

Canta, vergine Clio, Il mistero sacrato, Che 'l gran Verbo umanato Ne la cena solenne a l'uomo aprio;

Rendi il canto purgato, Che non può, che non sa, tra nebbie oscuro, Dir celeste mistero animo impuro. Tu l'angelica penna,

Tu l'inchiostro divino Dammi, o Sole d'Aquino, La mente illustra e l'intelletto impenna. Ben tu candido e fino

In me render potrai l'ingegno e 'l canto, Che la luce del sol porti nel manto. Già per render compita Ogni antica figura

Il gran Re di Natura Si fece a l'alme estinte esca di vita: Portò fra l'ombra oscura Sì chiara luce e sì pomposa intorno,

Che la notte restò tinta di scorno. Ceda il lauto convito, Che l'egizia famosa Sovra mensa pomposa

Fece in Canopo al suo real marito, Appo quest'amorosa Cena, che fe' ne la terrena mole Ai discepoli suoi l'eterno Sole.

Ivi augusta reina Diede al nobil romano Con generosa mano Perla d'alto valor, candida e fina;

E qui l'Autor Sovrano, Mentre l'alme a la cena invita e sprona, Del suo corpo la perla in cibo dona. Pane vivo e vitale,

Che da l'empireo trono A noi vien dato in dono; Ben par del greco eroe l'asta fatale: Vita riporta al buono,

Ma nel gustarlo poi con varia sorte Ad un'anima rea cagiona morte. Liberale ai fedeli Si divide e comparte,

Né si scema o si parte; E scende a noi senza partir da' cieli; Sta tutto in ogni parte, Tanto è in un quanto in mille, o molto o poco;

E senza loco in ogni loco ha loco. Tripartito et inciso Da ministro innocente, Sotto il bianco accidente,

Per divina virtù resta indiviso. Così puro e lucente Appar là su ne la celeste mole Distinto il raggio et indiviso il sole.

Con ingegno profondo Il sicano architetto In compendio ristretto Chiuse in sferica palla intero un mondo;

Con lavor più perfetto In questo sacro pan raccolto io miro L'Infinito e l'Immenso in breve giro. Fu dal greco Timante

Dipinto il mesto argivo Pallido e semivivo, Di pianto e di cordoglio ombra spirante; Ma poi sì vero e vivo

Non potendo mostrar l'interno zelo, Ove l'arte non giunse, ombrò col velo. Ecco il Pittor sovrano, Che 'l simulacro espresso

Dona a noi di se stesso Con increata et invisibil mano; O mirabil eccesso: Non bastando a spiegar l'affetto intenso,

Dentro candido vel s'asconde al senso! Stava regia donzella Tra 'l suo tenero sposo E tra 'l padre amoroso

Ne la partenza sua dubbiosa e bella: Poi con atto pietoso Avendo a l'uno e a l'altro il cor diviso, Tirò la benda e si coperse il viso.

Posto fra dubbie squadre Di pietate e d'amore, Vedeasi il Redentore Tirar da l'uomo e richiamar dal Padre:

Combattuto nel core, Ora a la terra et ora al ciel rivolto, Si cala il velo e si nasconde il volto. Sopra sterili monti

Al famelico Ebreo Dolce manna cadeo Da' sempiterni e luminosi fonti; Manna che poi si feo

Quanto d'alto sapor l'arte condisce, E la gola bramosa ama e gradisce. Più soave e più grato, Prezioso licore

Pasce un devoto core Che vien di fede a tal convito armato. O sovrano stupore! Quante grazie il Fattor là su dispensa,

Dona questa fra noi mistica mensa. Qui stupite, o mortali, Adorate e credete, Riverite e tacete,

Che troppo siete a tanta luce frali. A la fede correte: Qui Dio nascoso in sua virtù s'ammira, Quel che l'occhio non può la fede mira.

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