Dal Zodiaco stellato Il Leone del ciel sì fiero avvampa, Che con piede infocato Orme accese di foco in aria stampa,
E con alito ardente intorno spira Baleni di furor, fulmini d'ira. Ne la febre cocente De l'estivo calor languisce il Sole,
E qual egro dolente, Con pigro e tardo corso andarne sole; E nel lento girar che fa d'intorno, Noioso rende et importuno il giorno.
Non s'ode aura che spiri Con soave garrir tra fronda e fronda, E con tremoli giri Scherzar coi rami e festeggiar con l'onda,
Perché dal sol che vibra ardenti strali Le fur tarpate e consumate l'ali. Polverosi anelanti I celesti licor bramano i prati,
E con bocche spiranti Stanno i pallidi fior tutti assetati; E l'arsiccio terren per ogni colle Fervido avvampa, e sospiroso bolle.
L'argentato ruscello, Che 'l bel gelido piè mosse fugace, E limpidetto e bello Con roco mormorar corse vivace,
Or muto, infermo, affaticato e lasso, A pena stende il cristallino passo. Negli ariditi campi Non sa pasco trovar lanosa greggia,
E dagli estivi lampi Saettato e percosso il mar lampeggia, E de' teneri fior vedova ogni erba, Il primiero color più non riserba.
Forse novo Fetonte Regge il carro del dì fuor d'ogni cura? Che da l'ampio orizzonte Manda sì grave e sì vorace arsura,
E col fervor de' suoi focosi lumi Asciuga i fonti et assorbisce i fiumi. O pur cinto di foco Il gran fabbro di Lenno al mondo uscito,
Diffonde in ogni loco Infiammato d'ardor l'incendio ardito? O con novo stupor d'intorno acceso, Il sublime elemento è in giù disceso?
Tu che reggi e che movi De le nubi il dominio, altera Giuno, Larga e prodiga piovi, Et ammorza un calor tanto importuno,
E versa fuor con disusate foggie Da l'aeree campagne umide pioggie.
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