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1612–1644

L´ebrietà

Girolamo Fontanella

Or che 'l biondo rettore De la diurna lampa Ne la Libra d'Astrea misura il dì, E mentre sul fervore

Del focoso meriggio il mondo avvampa, Venite, o Muse, or che v'attendo qui. Lunge, lunge da noi Esule vada errante,

Chi vergogna ha d'errar col nostro re: Venite, o Belgi, voi, Cui suol tanto piacer l'ostro spumante, Ch'ebri star ne le mense error non è.

Ogni mesto pensiero, Ogni cura mordace Sgombra dal cor chi a inebriarsi va. Coraggioso è il guerriero

A cui sovente inebriarsi piace: Più feroci Lieo gli animi fa. Contro i soffi de' venti, Sopra un'orrida balza

Fa le nevi calcar con saldo piè; Desta a gloria le menti, Gl'ingegni aguzza, e gl'intelletti inalza, Che l'ozio pigri e neghittosi fe'.

Medicina riporta A l'acerbe ferite Che l'aspro ferro a le battaglie aprì. L'egre membra conforta,

Fa con dolce nutrir lunghe le vite, E trapassar con allegrezza i dì. Fa ne l'età senile, Qual rinovato Esone,

Tosto ringiovenir chi vecchio fu. Fa generoso il vile, Al santo poetar l'alme dispone. Ma chi tante può dir glorie e virtù?

Muse, io bollo et avvampo D'una tantalea sete: Refugio a tant'ardor trovar non so. Spegnerete il mio lampo,

S'un vaso di Lieo per me prendete: Oggi in Parnaso inebriar mi vo'. Ma pria sopra le chiome Alzami per trofeo

Un cerchio d'uve, o mia Pollinnia, tu. Ecco, bevo in tuo nome Questo molle topazio almo Lieo, Ch'odorosa vendemmia in Creti fu.

Dolce è l'alma bevanda Di sì molle rubino: Pindo fra i tralci suoi simil non ha. Sù, di nuovo si spanda

Sul nappo mio questo licor divino, Ch'avanza l'ostro, e che gioir mi fa. Danza, tremola e brilla Dentro il cavo cristallo,

Che da scitica man raccolto fu; Mentre gocciola e stilla, Spicca in mezzo le spume un vivo ballo. Ma chi tante può dir glorie e virtù?

Sette coppe ripiene Io di votar prometto; Poi cantando dirò lieto: “Evoé”. Tanto dolce mi viene,

Ch'io me ne bagno il labbro, il mento e 'l petto. Io già traballo e non mi reggo in piè. Nubi e nembi volanti Veggio per l'aria tinta;

Già d'un fumo involar mi sento il dì. Formo accenti tremanti, Né ben posso spedir la lingua avvinta. Or qual vel mi coperse e il sol rapì?

Ecco, nova Orizia, Al ciel rapir mi sento Da un caldo fiato che nel cor mi va: Gode l'anima mia;

Già già gonfia l'ingegno un caldo vento, Che desta l'alma, e poetar mi fa. Mi specchio ne la fonte, Et osservo in me stesso

Ch'umido di lascivia il guardo sta. Vedomi ne la fronte Il bel vermiglio de la rosa impresso, Che più vago l'Aurora in ciel non ha.

Sento il pensier soave, Giubilante il desio, La penna cerco e ritrovar non so. Un sopor freddo e grave

M'appanna gli occhi e riposar desio: Muse, tacete voi, che 'l sonno io vo'.

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