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1612–1644

In biasimo di donna avara

Girolamo Fontanella

Anima di diamante, Che non sente in amor favilla alcuna, È la donna crudel ch'Amor mi diede. Per impetrar mercede,

Non mi vale osservar fede costante. Chi beni ha di fortuna Costei gradisce; Io getto i gridi ai venti,

Che ne l'arche non serbo ori et argenti. Sta l'avara beltate Sorda e cieca al mio mal, né udirmi vuole, Poiché ne la mia destra altro non mira

Fuor che 'l plettro e la lira. Avara al mio desio, niega pietate, Sprezza amiche parole. Se qual Giove piovessi un aureo nembo,

M'apriria la crudel subito il grembo. Muse, s'a far pietosa Una donna venal per voi non posso, Che mi giova seguir di Febo l'arte?

Meglio fia che di Marte Segua l'orme guerriere, alma orgogliosa; E d'ingordigia mosso, Per acquistar ricchezze, audace io vada

Fra le rapine ad impugnar la spada. Scorgo il nume feroce, Che la dea di bellezza in braccio gode, E in riva di Peneo poi Febo miro

Sparger più d'un sospiro, Seguir chi fugge lui con piè veloce, Supplicar chi non l'ode. Per rapir la beltà stend'ei le braccia

E, beffato nel corso, un tronco abbraccia. Io la cetra vi lasso; Sù prendetela, o Muse, itene a Dio. Siano le carte mie bandiere vinte,

Di sangue asperse e tinte; Ad altre prove, ad altre imprese io passo. Lauro più non desio, Edra e mirto non vo'; pomposa et alma,

M'incoroni Bellona oggi di palma. Folle, che dissi, ardito? Ah, tolga il ciel ch'io mi diparta mai Da voi, care mie Muse!a voi ritorno,

Sia Pindo il mio soggiorno. Io confesso la colpa, io son pentito: “Musiche Ninfe, errai; Ricevetemi voi, scusate intanto

D'un'alma vaneggiante il folle canto”. Lunge sia dal mio core, Intenta a vil guadagno, alma profana. Chi vuol prezzo, io non prezzo: o quanto è vile

Ch'una donna gentile, Per ingordo desio, perda il suo fiore, E che libera e vana Stimi sempre nel cor, perfida e infida,

Più che l'or de la fé l'oro di Mida. Vomito di Natura, Vituperio d'amor, peste del mondo, Sepoltura de l'alme, esca d'Inferno,

Laberinto d'Averno, Sirena empia ch'uccide, Arpia che fura, Precipizio profondo, Cecità de le menti, ombra letale,

E ria Megera è la beltà venale. Deh, non sia chi si lassi Da quest'empia crudel prender a l'esca! Vil donna in nobil cor non tenga luogo.

Scota, scota il suo giogo Chi di tal servitù ligato stassi. Sorga libero, et esca, Et abborrendo i suoi fallaci incanti,

L'esempio di Ruggier si ponga avanti. Avea con empi carmi Di tartarea virtù perfida maga Di porfidi inalzato albergo illustre:

Non può Dedalo industre Simil prova emular di parii marmi Sopra un'isola vaga: Ai cristalli del mar la stanza amena

Facea del suo lavor pomposa scena. Per delizia e diletto Di Natura e d'Amor vi forma dentro Ne' begli ordini suoi quadrato un orto,

Grazioso diporto A l'alma stanca, al travagliato petto; Come punto nel centro, O piramide aguzza in mezzo un monte,

Da terra sorge e si solleva un fonte. Cedri, mirti et allori, Gelsomini et aranci, elci et olivi, Bossi, palme, ginebri, edre e cipressi,

Con bell'ordine espressi Fanno al ricco verzier pompe e lavori. Per ombre ai giorni estivi Mille eretti vi sono al ciel pomposi

Padiglioni fioriti, archi frondosi. Siepi di fresche rose, Collinette, spelonche, antri e ruscelli Vi fe' l'arte apparir, maga et ignota.

Elitropio vi rota Con bionde luci di pietà vezzose; Con occhi umidi e belli Vi piange Aiace, e vi sospira Croco,

E si specchia Narciso in mezzo il loco. Posti d'accorta mano A filo a fil con leggiadria gioconda, Mille vedi ombreggiarvi arbori e viti.

Per canali fioriti Scorrono tortuosi i rivi al piano. Ove quadra, ove tonda, Compartita la terra apre ogni via,

E par ch'intaglio ogni cultura sia. Turba di rosignuoli Vi fa con armonia nidi soavi. Dolce il colombo e la colomba freme,

Mentre si bacia insieme. Mille augelletti ancor v'aprono i voli, E con musiche chiavi Aprono i chiusi rostri, e fuor dai petti

Intrecciano fra lor dolci versetti. In sì lieto soggiorno L'africano guerrier passava l'ore, De la Maga godendo i baci finti;

Ne' sembianti dipinti Orbo non s'accorgea del proprio scorno. Inebriato il core, Di veleno amoroso egro languiva,

E vaneggiando entro i suoi lussi giva. Pende, inutile peso, L'arme omai ruginosa e 'l brando incolto. A pensieri d'onor destar la mente

Più ne l'ozio ei non sente. Non più scudo sostiene al braccio appeso, Ma per mirarsi il volto, Senza veder di sue vergogne il fallo,

Regge ne la sua man terso cristallo. Candidissimo lino, Trasparente e sottil gli adorna il collo; Ricca di seta e d'or morbida veste

Per delizia si veste; Vela sue braccia ancor zendado fino. O cada, o sorga Apollo, Ne l'ampie sale e ne' teatri adorni

Fra conviti e fra danze ei mena i giorni. Or con eburnei denti Il campo di sua chioma arar si vede; Come soglion di donne esser costumi,

Vi sparge arabi fumi; Or torce in bionde crespe i crin lucenti. Tutto è da capo a piede Lascivia e lusso e leggiadria novella,

Pompe, nastri, monil, gemme et anella. Stava incantato e folle Fra tanti lussi il cavalier famoso, De la maga crudel seguace e drudo;

Sopra il suo grembo ignudo Marcìa ne l'ozio, effeminato e molle. Vergognoso riposo Traea con quella, e a più poter tenaci

Coglieva insieme e seminava i baci. Ma poi che di ragione Per bocca di Melissa udio l'avviso, Dal sonno, ove dormia, l'anima scosse,

Intrepido levosse, Coraggioso nel cor, forte campione. Tutto avvampò nel viso Di scorno e di rossor, visto in se stesso

De le vergogne sue l'esempio espresso. Non più candido e terso L'adorato sembiante osserva intento, Ma di rughe senili intorno arato.

Già l'inganno è svelato, Da la prima sua forma è assai diverso. Com'ombra fugge al vento, La beltà mascherata in lei disparve:

Quel che vago parea, deforme apparve. Ei del suo fallo avvisto, Biasma il folle desio, ch'ebbe in amore Di mentito color finta sembianza.

Poichè tempo gli avanza, Brama far tra gli eroi di lodi acquisto; Ripiglia l'armi, e 'l mare Varca intrepido e fier, detesta il danno,

E di maga beltà fugge l'inganno.

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