Io non desio la strepitosa tromba, Ch'è di musici eroi bellico tuono, E con arguto e formidabil suono Dal letto il cavalier porta a la tomba,
Ma quella bella armoniosa canna, Ch'è di ruvida mano almo lavoro, Quel bel canal di melodia canoro, Che distilla nel suon nettare e manna.
Usi torto oricalco alma feroce, Che tumulti di guerra in campo agogna; Io che pace desio d'umil sampogna, Bramo bassa accordar rustica voce.
Corra eroico scrittor sul plettro aurato Il poetico arringo in mezzo l'armi; Io che rado la via de' bassi carmi Con pacifico piè segno il mio stato.
Più fra boschi intonar rozza armonia Con la piva mi piace al suon concorde, Che passeggiar de l'ineguali corde, Con dotta man, la regolata via.
Dammi, Pane Liceo, quel cavo legno, Ch'in memoria d'amor porti nel collo. Con le cetere sue restisi Apollo, Ch'io di lirico onor mi stimo indegno.
Io sì bello animando almo strumento, Del silenzio dirò mutolo e fosco, Ma cheto sì che non sia fronda in bosco, Che segno dia di mormorar col vento.
Muti, muti fra tanto itene, o fonti, Giù per lucide vie scoscesi e belli. Chiudete i rostri, ammutolite augelli, L'aura taccia ne' rami, Eco ne' monti.
Vienne, o dolce Silenzio, o caro nume, Da poetico ingegno amato tanto; Mentre inalzo la penna oggi in tuo vanto, Nel mio picciolo albergo apri le piume.
Tu le membra addormenti e svegli il senno, Porgi requie a la notte e pace al mondo; Nel parlar muto e nel mirar facondo, Imprigioni la lingua e sciogli il cenno.
Tu lontano dal volgo al ciel n'appressi, E di garrula turba odì il tumulto. E celato a le viste, ai sensi occulto, Ami selve, spelonche, antri e recessi.
Sono i cieli, ove stai, larghi e benigni, Di profondo saper dotando i petti, E divina virtù d'alti concetti Dentro l'estasi tue trovano i cigni.
Sopra il vero saper rapido vola Chi le regole tue prende per guide; Così mille virtù comprese e vide Di Pitagora tuo la dotta scola.
Dolci sembrano altrui per te le grotte, Dilettose le selve e cari i boschi, I montani dirupi e gli antri foschi, Grazioso l'orror, dolce la notte.
Vai per l'ombra notturna orrida e bruna, Dando il sonno e l'oblio tacito e lento; E con tremolo piè di bianco argento, Mentre scorri là su, danza la Luna.
Quante chiudi qua giù bocche e favelle, Che di dolce sopor placido stampi, Tante accendi nel ciel lumiere e lampi, Tante mostri là su fiaccole e stelle.
Ove mostri prudenza, ove raccolto Con tranquilla bontà posi soave, Fai modesta la fronte e 'l guardo grave, Autorevole il ciglio, altero il volto.
Cosa Febo non vede ovunque rota, Che nel cupo tacer non sia più bella, Viva lingua di Dio sembra ogni stella, E del silenzio è osservatrice immota.
Serba eterno silenzio in mezzo l'onda La famiglia ch'in mar nuda dimora, E silenzio là su riserba ancora La famiglia del ciel pura e gioconda.
Fama suona fra noi ch'ergendo il volo Sopra l'aure sabee l'unico mostro, A la bell'armonia serrando il rostro, Scorra l'arabe vie tacito e solo.
Così per l'aria or sollevata, or bassa La ministra di Giove aprendo l'ale, Per dimostrar la maestà reale, Silenziosa e taciturna passa.
Così garrula gru, freno a la gola, Passaggiera notturna, opra d'un sasso, E col silenzio assicurando il passo, Presso il falco e l'astor tacita vola.
Per far dentro il tacer saggie le menti, E caro aver l'ammutolir, Natura La bocca cinse di purpuree mura, L'arguta lingua incarcerò fra' denti.
Più vago il ciel ne le sue rote appare, Quando in mezzo l'oblio tace e riposa, E quando tace e mormorar non osa, Più vaga è l'onda e più leggiadro il mare.
È di pace tranquilla autor discreto, E di grido immortal degno di lodi Chi frenando la lingua in muti nodi Dentro l'arca del cor chiude il secreto.
In monastico albergo, in sacro tetto, O che dolce sopor l'alma ritrova! Ch'affrenando le voci in seno prova Riverenza, stupor, tema e diletto.
Così mutolo stando appresso un rio Solitario romito abita e posa; Ma ne l'orror d'una spelonca ombrosa, Mentre tacito sta, parla con Dio.
Fede fatene voi, ch'arsura e gelo Soffriste là, dove il gran Nilo sbocca, Che le parole imprigionando in bocca, Godeste poi la libertà del cielo.
Ditel vergini voi, musiche dive, Che i parnasici monti in guardia avete, E per logge e teatri intorno ergete Mirti, palme et allori, edre et olive.
Testimoni voi chiamo, ordini alati, Che spargete con man gigli e viole, E la bella unità del trino Sole Contemplate là su puri e beati.
Voi sopra il ciel, dove non è mai spenta La quiete e la pace, albergo fate; E quel silenzio placido osservate, Che nel grembo di Dio l'alme addormenta.
O divina virtù, silenzio santo, E de l'alme celesti almo riposo, Deh!perdona l'ardir, s'oggi tant'oso, Se la garrula lingua avvio cotanto.
Dove, Musa, ne vai di loda in loda? Frena, frena le note, e taci omai: Questa chiusa virtù, ch'aprendo vai, Più col tacer, che col parlar si loda.
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