Era l'aspra stagione Ch'incatena la fonte, inceppa il fiume, E rigore a le membra et ozio apporta. Mormorava Aquilone,
Ch'a l'eolia spelonca apre la porta, E de l'artica face adombra il lume. Uscia di nevi armato in campo altiero L'iperboreo guerriero,
E crollando con impeto le selve, Fea tremar di paura uomini e belve. Quando l'ebrea donzella, Che nel grembo chiudea l'Autor del mondo,
Per le rupi giudee facea camino. Va tributaria ancella Per ubidir l'imperador latino, Ch'allor reggea de l'universo il pondo;
Per inospiti vie l'ore trapassa E travagliata e lassa, Senza trovar nel viaggiar riposo; Seco al fianco venia l'amato sposo.
Ma dopo lunghi affanni Sostenuti in andar, la coppia umile Cerca dar posa al piè, ristoro al petto. Scosso e roso dagli anni
Scorge un povero albergo, un rozzo tetto, Ch'è di vili giumenti antro e covile. Mostra d'ellera torta il sasso duro Incortinato il muro,
E fa veder de' pavimenti a scorno Di sue rustiche paglie il suolo adorno. In tal rozza dimora Cerca trovar riparo incontro al verno,
Dopo lungo patir per duro calle. Qui la mistica Aurora Di notte partorisce il Sole eterno. Giace il Re delle stelle entro le stalle;
Si restringe l'Immenso in breve sito, Termine ha l'Infinito, L'Impassibil patisce, e in poche fasce L'Increato e l'Eterno in tempo nasce.
Sospirosa e pensosa, Ricorre al ciel Maria col cor rivolto, E de l'inopia sua chiede consiglio. Ne la pietà dubbiosa
Non sa dove posar l'ignudo Figlio; Troppo frale difesa è il fieno incolto, Troppo il verno risorge armato e crudo. Per non vederlo ignudo,
Si scioglie da la testa il bianco velo E ne forma la fascia al Re del cielo. E voi, superbi e folli, Di tanta povertà non arrossite?
Voi che seriche fasce e sculti legni, Che letti agiati e molli Prestate ai vostri pargoletti pegni, Far tanto fasto ambiziosi ardite?
E 'l gran Re di Natura a giacer prende Dentro lacere bende? Ahi, quanto duro è il cor che non si frange E intenerito da pietà non piange!
Quel Monarca immortale, Che 'n su l'Olimpo in maestà risiede E calca sotto i piè la Luna e 'l Sole, Ch'inegualmente eguale
Tempra questa del ciel rotante mole, Giacer dentro un tugurio oggi si vede. Non trova ai sonni suoi morbida piuma; Fra il rigor de la bruma,
Prima ch'ad altra età più ferma passi, S'avvezza infante a dimorar tra sassi. Chi di vario colore, Chi di piume vestio gli augelli alati,
Per coprirsi or non ha fasce conteste: Trema di freddo algore Chi sfavilla d'amor puro e celeste. Riscaldatelo voi, spirti beati.
Spìccati di là su dal proprio loco, Velocissimo foco, E con dolce virtù, fervida e calda, Al Bambino Signor le membra scalda.
Dentro povera culla Il gran Verbo divin balbo vagisce, E del ciel l'allegrezza in terra geme. O sacrata fanciulla,
Chi può dir la pietà che 'l cor ti preme, Mentre in mezzo al rigor che 'l verno unisce, Il tuo picciolo pegno esposto miri? Mi rispondi e sospiri:
“Fagli cuna del petto, or che ti lece; Per capir nel tuo cor, picciol si fece. Non temer di sua mano, Che dal ciel fulminò gli empi Giganti,
Onde il Baratro ancor fuma e sfavilla. Pargoletto et umano, Ha 'l mio tenero parto alma tranquilla, Vieni al volto di lui sicuro avanti;
Ei punirti non può, quantunque voglia: In sì candida spoglia Ha ligate le man, ligati i piedi; Prigionier tra le fasce oggi no 'l vedi?”.
Ma ligato et avvinto Da l'antico servaggio il mondo scioglie, Che di rigida morte era seguace. E vincitor, non vinto,
Porta guerra a l'Inferno, a l'uomo pace; Gigantesco vigor Bambino accoglie E ne la povertà trionfa invitto; Mansueto et afflitto,
Tal signoria, tal maestà riserba, Che si fa d'un presepe aula superba. Ceda l'alta vittoria Ch'Alcide riportò con man di latte,
Strangolando le serpi acerbo infante, A la palma, a la gloria, Onde il nato Messia trionfa amante. Ei l'Inferno e la morte a terra abbatte,
E sul terreno a superar s'avvezza Dei disagi l'asprezza, Assai più che non fece Ercol riposto Su lo scudo paterno al vento esposto.
Cangia stato Natura, Muta gli ordini suoi l'ampio universo, Corre balsamo il rivo e latte il fonte; Sparsa d'alma verdura
Si rinova la terra et orna il monte, E di freschi smeraldi intorno asperso, Sembra un Argo fiorito il colle aprico; Sorta dal cespo antico,
Per vagheggiar l'inaspettata festa, Stupefatta la rosa alza la testa. Rota sferica lampa, Vicesol de la notte oggi la luna:
Dissipate le nubi e l'ombre rotte, Così fulgida avvampa Che fa dubbio ad altrui s'è giorno o notte. Eserciti di stelle in campo aduna,
E con pennel di luminoso argento Geminando ornamento, Come vago pittor che 'n tela finge, A la bianca allegrezza il manto pinge.
Luminoso corriero, Che le glorie di Dio narra col canto, Dal Paradiso invia l'alto Monarca; Più che 'l vento leggiero
Con auree piume il ciel rapido varca; Il baleno, il pensier veloce tanto Nel suo corso non è; scorre i cristalli Giù per gli eterei calli,
E nel passar che fa, pomposo e grande, Di qua raggi e di là semina e spande. Vigilavano a punto Gli abitator de' palestini campi,
Che cura avean di custodir le greggi, Quando apparve in un punto L'alato messaggier de' sommi seggi; Stupìo ciascun vedendo i sacri lampi,
Si smarrì, s'abbagliò, muto divenne, Et ei su l'auree penne Bilanciandosi in aria e in mezzo i venti Fe' le nubi sonar con questi accenti:
“Animi semplicetti, Sollevate le menti, alzate i cori; Giunta al fin del desio la speme ergete, A gran ventura eletti
In tal secolo d'or dal ciel voi siete; Siano lungi da voi dubbi timori, Gloria, pace, allegrezza a voi riporto; Sù, prendete conforto:
Da le genti il Messia tanto aspettato Per condurvi a le stelle in terra è nato”. Sì disse, e poi veloce Si dileguò con invisibil volo
Per li campi del ciel vaghi et immensi. A l'angelica voce Resta attonito il cor, stupido i sensi De la rustica gente il fido stuolo.
E già per adorar lieto s'invia Il Bambino Messia; Già fa sentir ne l'allegrezza arguti Flauti, naccheri, pive, arpe e leuti.
Giunto a l'umil capanna, Ove Dio pargoleggia in mezzo al fieno, Devoto ogni pastor chino l'adora; Chi gli offre miel, chi manna,
Chi lo bacia e lusinga e stringe in seno, Chi canta al sonno suo nenia canora, Chi da la greggia porta un bianco agnello, Chi dona un pinto augello,
E chi tal povertà mira e discopre, Che si spoglia la veste e Dio ne copre.
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