O maestro canoro, Ch'a le turbe volanti Le note insegni e l'armonia de' canti, E con cetera d'oro
Ch'hai nel musico rostro, Orfeo selvaggio, Fai l'aurette danzar, nunzie di maggio. Hai le fauci per corde, Hai per plettro la lingua,
Che par ch'un suono in mille suon distingua; E soave e concorde, Mille versi diversi, e mille e mille De la gola hai nel centro organi e squille.
Con soavi respiri Tu da l'aere sereno Concepisci la voce in mezzo al seno, E la volvi e la giri,
E la pieghi e l'intrecci, e sembri in tanto In sì vario mutar Proteo di canto. Or la voce abbassando, Con numeroso tuono,
De la piva e del flauto emuli il suono; Or lo spirto aguzzando, Mesci fughe e respiri, e gravi e lenti, Fai con gorgie iterate alti lamenti.
Or mormoreggi grave, E fra musici groppi, Con armonici trilli il canto addoppi. Or con pausa soave
I passaggi trattieni, et or veloce Dal bell'arco del sen scocchi la voce. Or la torci e ritorci, E con lubriche rote
Un Meandro a formar vieni di note; E l'allunghi e l'accorci, E con numeri obliqui in vari modi I tuoi groppi canori annodi e snodi.
Sembra musica scala La tua gola sonante, Ove libero scorre il fiato errante, Ch'or cadendo si cala,
Et or leve si leva, e 'n tai vicende, Fra viluppi di note, ascende e scende. Sì nel tempo d'aprile, Quando i vari colori
Con la bocca ridente apreno i fiori, Garruletto gentile Ti rammarichi e piangi, e l'amarezza, Che vien dal pianto, è d'armonia dolcezza.
Ben dal campo d'Eliso, Peregrino augelletto, Venisti a noi qual messaggiero eletto; E se piangi nel riso,
Ti lagni sol perché fra stelo e stelo, Il bel nido ch'hai qui, vorresti in cielo. Ma da lochi sì foschi Drizza rapido l'ale
A la magion del mio bel Sol fatale; Parti, parti dai boschi; E s'albergar nel paradiso vuoi, Il trovarai là ne' begli occhi suoi.
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