Oriolo di frondi, Che con taciti moti Di Natura fecondi, Te stesso libri e te medesmo roti,
E con alterni e regolati segni L'ore scorse dal Sol segni et insegni. Polifemo novello, Che nel tenero stelo
Volgi tremolo e bello Un occhio al Sole et una luce al cielo, E su l'erbette, ov'hai superba sede, Per lui meglio osservar, ti levi in piede.
Tu ne l'esser sì grato, E ne l'esser sì biondo, Odorato, indorato, Somigli il Sol, ch'in te si specchia al mondo,
E trasformato, in vagheggiarsi fiso Nel tuo lucido fior sembra Narciso. Tu fra la bella schiera Del popolo fiorito,
Campion di primavera, Vai di biondo lavor cinto e guernito, E con vago color che gloria segna, Trionfando del verno, alzi l'insegna.
Tu calchi i molli fasti De' bei minuti fiori, E come re sovrasti Di grandezza e d'onor gli altri minori;
E figliuol de la terra oltra le piante Sollevando la fronte, esci gigante. Alzi il tenero collo, Quando fuor l'orizzonte
Il bellissimo Apollo, Coronata di rose, erge la fronte, E con viva allegrezza emulo ardente, Salutando la luce, esci ridente.
Pur se 'l lucido nume Manca pallido al fine, Tu con languido lume Ne la morte di lui la fronte inchine,
E con la bocca de le frondi d'oro Par che dichi anelando: “Io manco, io moro”. Ma se cupido e vago Hai desio di vedere
Un bel lume più vago Di quel che splende in su l'oblique sfere, Mira gli occhi di Lilla, e sì potrai Vedere il Sol che non tramonta mai.
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