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1814–1884

XXIV

Giovanni Prati

Fra le nuore ser Lio, mentre che avvampa di faggi a vegghia il focolar paterno, le man stropiccia; e novellando campa, ingannata la morte, un altro verno.

Loda i costumi de l´antica stampa, trinca in ruvido nappo il suo falerno, e sul piè ritto e sul codin s´accampa, spargendo sali di piacevol scherno.

Sindaco, e´ s´alza a primo suon di squilla, e, incurante di ghiaccio o di rovaio, va i casetti a raccôr de la sua villa. Noie e balzelli ai sudditi sparagna:

per trono un guscio, ed ha per manto un saio: pare un picciolo re de l´Alemagna. Pan piano, a la campagna, fruga le siepi, quando marzo torna,

e il giubboncin di violette adorna. Palpeggia infra le corna la vaccherella che gli porge il latte, e i purpurei carbezzoli a le fratte

con la sua canna sbatte. Scontra al crocicchio il parroco; e, una presa di tabacco, anzi tutto, offerta e resa, gli parla o de la chiesa

che va in rottami, o del ponte che casca, o del bisogno di polir la vasca, o della nova frasca che ha messo l´oste, o d´altro. E così cheta

passa l´ora a ser Lio, come una lieta acquicella segreta, che scende appunto dal vicin verziero per le mente odorate, e fa sentiero

da canto al cimitero. E un dì, senza ch´assai gli ne rimorda, scorderà di svegliarsi e trar la corda del campanel. Chi scorda

in qualche parte, di memoria raso, a la scatola o i guanti o puta caso la pezzuola di naso, torna indietro a cercarli. Ed egli invece,

contento e lasso del cammin che fece, né un soldo né una prece darà, credete, per rifarne l´orme. Dormir, come che sia, piace a chi dorme.

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