Com´io requio da sensi e da fortuna,
e, se non chiuse, le palpèbre ho chine,
e da le nubi la quieta luna,
migrando, arriva su´ miei vetri alfine;
le memorie del tempo, una per una,
passan su l´ombra delle mie cortine,
vergin in bianca vesta o in vesta bruna,
con fior di giglio o di narciso al crine.
Porta ciascuna un noto volto, e move
casi lontani; e dietro sé, passando,
lascia un riso o un sospir ch´io non descrivo.
E spesso una di lor, così vuol Giove,
tal parlo a me ne´ sogni miei, che, quando
riveggio il roseo dì, piango esser vivo.