Skip to content
1814–1884

CANTO TERZO

Giovanni Prati

O giovinette, gioia vereconda delle case materne, a cui dovrebbe vergin campo d'amori esser la terra, quand'io vi veggo rotear ne' balli,

di rose e gigli incoronate il crine, quand'io v'ascolto ne' giocondi crocchi le memori narrarvi ore del chiostro, o le speranze del futuro amante,

non vi sorrido; ma pietà mi stringe dolorosa di voi, che imprenderete la dura via tra poco. Una celeste larva è l'amor, che spanderà d'ebbrezza

la vostra notte; ma sull'alba gli occhi vi nuoteran, senza saperlo, in pianto. Deh, se più tarda del desio vi splende la vision delle ridenti nozze,

deh non v'incresca, o giovinette, il vostro vergine asilo e il queto orto materno! Deh non vi punga di mutar la pace di quelle mura col rumor del mondo!

Guai se una volta lacrimaste i tempi non redituri! E, se di spose e madri a quel tremendo ministerio eccelso Dio vi destina, di più forte gente

fate ricca la terra! Incliti amori e pietose virtuti al secol novo date una volta; e la gentil fortezza degli atti vostri avrà corone e canto.

Ma fra quanta di rei turba infelice (ahi poche e stanche!) i verginali capi riposerete alla fiorita landa voi, coraggiose martiri, venute

la frale ad espiare anima d'Eva! E tu, mio Genio, pellegrin ti reca sul precipite abisso. E quando ascolti altre misere incaute approssimarsi,

àlzati e grida col furor negli occhi d'Edmenegarda il nome. E se la turba dall'impeto è travolta, allor dell'ali fàtti un velo alla fronte, e piangi e prega.

Passan l'ore sull'uom, passano i giorni, che triste o lieto, irremutabil sempre, numera il Sol. Ma le speranze, i sogni, gli odii, gli amori, e l'incalzarsi eterno

delle memorie, e l'avvenir celato, e i durissimi tedi, e il faticoso dibattersi dell'alma, e il trovar pace dopo fieri cimenti, ahi tarda e breve

e guerreggiata con orrenda gioia da Satàna e dall'uom; questi misteri non li numera il tempo. Anni ed istanti con pari vol misurano. Nessuno

quei dell'altro indovina. Han vita e moto e sepoltura in noi; sin che lo strale fischia della suprema ora nell'alto, guizza il lampo di Dio sulle tenèbre...

e quell'ambage non è più. Chi tenta, poiché la rea fra le tradite braccia tremò, chi tenta penetrar gli abissi

dell'anima sviata? Ella sorride chiama, con voce più soave, il nome de' suoi figli e d'Arrigo; e in una tinta lieve di rosa s'incolora il lungo

pallor del volto. Più profonda è fatta la battaglia del cor, che nessun vede, ma che i improvvisa ad or ad or balena da un sospir divorato e da una fredda

stilla di pianto. E Arrigo?... — Egli si sforza d'esser lieto, e non può. Ben come un dolce fantasma, che talor passa per l'ombre

d'un sogno tormentoso, ei si dipinge la fé d'Edmenegarda; e l'accarezza come il dormente quella bianca imago. Ma, quasi mesta del notturno gelo,

fugge la bella forma, e risepolto nelle tenèbre il sognator sospira. — Perché quest'ombra di sospetto a tergo m'incalza sempre? Ma, se rea foss'ella,

come potrebbe sostener sol uno de' baci miei, né di rossor morirne? Avria sconvolto le sue leggi eterne la natura ed il ciel? Come in sì breve

ora mutar l'angelico costume? Io demente l'accuso; e chi sa quanto ella si strugge, e se de' miei s'accorse dubbi codardi! Io vigilai già troppo,

né mai l'aspetto di colui m'apparve, né ombroso un gesto, un moto io mai non vidi d'Edmenegarda mia, di quella mite anima che talor si fea tremante

d'un mover lieve di notturna foglia, d'un fior che le cadesse. Oh questa è colpa, è colpa in me, ch'io vo' punir. — Siffatti

son d'Arrigo i pensieri — E cerca ovunque disviarne la mente. Ecco; alla sua leggiadra donna d'abbellirsi a festa amabilmente impera.

— Il gaio mondo vola a' teatri. Edmenegarda, altèro fammi di te, tra tutte quante bella! Sentirai la virtù delle immortali

melodie di Rossini in bocca a questo angelo ispano! Tutt'Europa ai canti della Garcìa sospira. — Allegra accolse

e timida l'invito. Eran più giorni che nol vedeva, consigliero a entrambi il prudente timor. Forse tra' mille ritrovato coi destri occhi amorosi

quella sera l'avria. Quanta vaghezza d'abiti e forme! e che tesor si spande di profumi e di luce, e che diffusa

e terribile e mesta onda di note per la bella Fenice! Inni di gloria, canti d'amor, selvagge ire dal petto

fulmina Otello, e solitario cade di Desdemona il pianto, e sotto i salci freme l'arpa divina. Oh! chi non arde,

chi non gela a le lunghe e disperate note d'amor, di gelosia, di morte? Suonano le commosse aure di grida; palpita Arrigo; ed ella, in quei tumulti

soffocando il terror, giù nella folla furtivamente il suo Leoni affisa, che, chiuso in altre voluttà, non plaude, ma profondo sospira.

I canti estremi lacerarono Arrigo; e, quando Otello con le sue mani furiose estinse Desdemona infelice, inorridito

pianse l'inglese e ricercò sul volto d'Edmenegarda una pietà segreta... Ed ella? Indarno la chiedea dal cielo. Da molti giorni era composto in pace

il cor d'Arrigo; e carezzava i figli festevolmente, e sulle sue ginocchia se li togliea, facendoli amorosi messaggieri di baci alla lor madre.

E alfin, quel dubbio ad espiar, risolse per qualche dì, con dilicato affetto, d'abbandonar la sua dolce compagna e le venete spiagge; anche a rapirsi

da quei duri pensieri. A voi più volte, o friulane valli, inebriato tornava Arrigo col desio; ché un'orma

in voi trovar della natal sua terra gli parea sempre, e il vostro aere cortese gli custodiva il più soave arcano degli anni suoi: però che sulle sponde

del Tagliamento un dì vide una mesta giovinetta vagar pensosamente, al mite raggio delle prime stelle e ai fioretti del margo acconsentendo

qualche sospiro; e dimandò chi fosse; e più d'ogni altro gli fu caro il nome d'Edmenegarda. E ancora una vaghezza lo pungea di mirar quelle divelte

torri, che la solinga edera allaccia. Campo una volta a baronal fortuna or son nicchia notturna alle selvagge volpi, e per gli atri, ove suonar le spade,

passa a staccar qualche frantume il vento, mentre in alto la bruna aquila ondeggia e, il fulmineo serrando arco dell'ale, precipita alla preda. A quei castelli

lambe le falde impaurito e passa il viandante, e i colpi della scure sull'erma balza il legnaiuol sospende ad or ad or: ché dentro alla solinga

magion de' Savorgnani ode un feroce ballo di morte, e lungo quelle sale vede traverso i colorati vetri passar rossi fantasimi, agitanti

fiaccole e spade. Anche il pensier d'Arrigo dietro quelle sognate ombre correa. Poi, riposando a fantasie gentili,

rammentava, o gagliarda Utino, l'opre del tuo Giovanni, che attingea dai labbri del divin Raffaello il benedetto soffio dell'arte che d'amor si pasce,

e cielo e terra, innamorando, crea. E del merlato Spilimbergo intorno udìa sull'aura reverente i nomi del Vecellio e d'Irene, ambo immortali.

E là trovar tra i memori oliveti già gli parea la giovenil sua vita, e di là, le marine onde solcando, pregustava nel cor la inaspettata

voluttà dei ritorni. E così volle, e a la sua cara ne parlò. Sostenne Edmenegarda, tra la gioia e il pianto,

quella battaglia, e ch'ei si rimanesse tremava: eppur lo scongiurò di starsi, e gioì del rifiuto, e insiem rimorso di quel gaudio sentì.

Misera! il fato già ti chiuse ogni via, tranne quell'una, che d'abisso in abisso ti sprofonda. Povera foglia alla bufera in preda!

— Dunque tu parti!... Anche per me saluta, Arrigo mio, quei colli, e le dilette rive del Tagliamento, e quei beati campi. Ma lungo il tuo restar non sia. —

E di vera tristezza eran parole. — Noi ci vedremo in pochi dì. Scrivetemi, Edmenegarda! — Arrigo mio, m'è nuovo

questo tuo far. Perché nell'abbracciarmi non mi chiami del “tu”? Tetra una nube ti sta sul volto, né stanotte il sonno ti consolò. Che hai?

— Nulla, mia cara. Prendi cura di te, pensami e scrivi. Addio, fanciulli! — Al sen tutti li strinse

e si partìa. Ma la rinata spina laceravagli il cor. S'era ingannato?... o quella notte Edmenegarda in sogno proferse un nome?... — E ancor, per quelle sale

passando, acuto un brivido lo colse. — Quanto son vile! Non è ver. Sì, vile... sì, demente son io. — Ma, ad ogni passo

verso la ripa, una gelata mano sentìa calar sul divampante petto, a respingerlo addietro. Egli rauna ogni sua forza, quell'incubo orrendo

per debellar. Né vinta era la pugna. — Tornarmen'io! Pormi in agguato! All'arti del sospetto discendere!... Follia! Ma inumano è lo strazio. E in un dì solo

io quest'inferno dissipar potrei. Tanto è ch'io peno! E in un sol dì la vita potrei mutarmi in paradiso eterno! — Lieve una piuma a traboccar bastava

quella bilancia, e non tardò la sorte a gittarvela su. Già il piè d'Arrigo monta la prora, già la corda è sciolta:

ei volse il capo... e fu per caso; e sopra la man passovvi; e vide... e non s'illuse... vide colui, che con pupille ardenti lunge, in agguato, a contemplar lo stava.

Leoni sparve. Arrigo si raccolse un istante: ha risolto. A terra scese; la via rifece; per ignota parte entrò; salì non visto: in una stanza

orba di lume si celò; la fronte, quasi per molto faticar, gli cadde sull'ansio petto; e un'onda di pensieri lunghi, ostinati gli muggìa d'intorno.

Immenso amor, vergogna, ira, sospetti, e terrori e speranze, eran commiste quasi in un vario e vorticoso nembo di tenèbra e di luce; e dentro a quella

tempestosa meteora, spiando, stava l'inglese all'infernal tortura. Ogni piè, che sonasse alle sue scale, gli era un colpo nel petto; ogni persona,

che arrivasse, una morte. E in pochi istanti ore ed ore passarono. Arrossiva già di sé l'infelice... allor che un'orma rapida intese. Ei trema; la pedata

si ferma all'uscio; e l'uscio s'apre; ei guarda, misero! guarda; e vede un'ombra... un uomo... vede Leoni trapassar! Le fibre,

le vene, l'ossa gli divampan tutte. Ma sbarrata e di vetro è la pupilla; cadaverico il volto; e sol la vita da un tremor lieve delle labbra appare.

Inchiodato così stette un istante. Indi sorrise; e due gelate stille dagli occhi morti gli colâr sul petto. Stette ancora un istante. Alfin si mosse

quel pallido fantasma; ad ineguali passi arrivò sulla tradita soglia; e l'aperse... e li vide... e d'uno sguardo li fulminò! Poi chiuse.

Annichiliti, trascolorati, come fredde pietre restâro entrambi. Edmenegarda tenta trar dalla gola un solo accento; è indarno.

E, a forza sollevando la convulsa testa, gli accenna di partir. Leoni la man ghiacciata le serrò. — Congiunti,

donna, per sempre! — E a proseguir non valse; e, sovra il gel delle livide labbra non baciato baciandola, col capo

vertiginoso, a strascico le membra disviluppando, di colà si tolse. Arrigo il vide ripassar. Fu un punto, ch'ei non pose sovr'esso l'omicida

mano a strozzarlo. Ma, serrati i denti e incrociate le braccia, ei si contenne. E, quando il seppe dileguato, un cupo urlo mandò qual di ferito tigre;

e sull'infame limitar, di nuovo ritto, immobile apparve. La tapina nol vide già: ché le cadea la fronte,

quasi con peso d'agonia, sul petto. Ma pur, senza vederlo, a sé davanti lo sentìa, lo sentìa, muto e tremendo. E si sforzò di sollevar le braccia,

e, congiunte le palme, senza pianto, senza parola, verso lui le stese. — Non pregate, o signora. Ospite io v'ebbi sett'anni; or basta. Ad altre mense, ad altri

talami andrete. — Uscir quelle parole folgoreggiando. Traboccò riversa Edmenegarda, e una schiumosa riga

mista di sangue sui guanciali apparve. Un urto, un urto ancora; e a terminarla sarìa bastato. Ma il Signor non volle!

Cookies on Poetry Cove

We use cookies to remember your language preference and — only with your consent — to learn how Poetry Cove is used. You can change your mind any time.
CANTO TERZO · Giovanni Prati · Poetry Cove