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1814–1884

CANTO SECONDO

Giovanni Prati

Sfiora le eccelse cupole, tra gli archi vagola e trema sugli azzurri flutti con la pietà d'un fuggitivo amante il sol che muore; ed un suo raggio estremo,

ferendo i vetri alla romita stanza, posa sul crin d'Edmenegarda. Oh sole, no, non lasciarla. Anche su lei risplendi:

è bella ancor questa colpevol fronte. Simigliante ad un naufrago, che manda l'ultimo grido, e vinta la persona, le disperate mani incrocia al petto

e piega il capo sotto l'onde e spira; così la combattuta Edmenegarda col suo dolce peccato, ahi! s'addormenta. — Tutti son lungi; ed io qui sola il noto

rumor sospiro degli amati passi! E ancor non viene! Ei non dovria lasciarmi il mio Leoni a questo tetro sogno. Non teme ei forse ch'io svegliar mi possa?

sì consumata nel fallir sarei? Oh infame il giorno che mi fûr recate queste note d'amore! — E su dal seno

una lacera carta ella traendo, v'infisse i lumi, la baciò, la strinse tra le palme e gemette. — Io ben rammento

che, appena l'ebbi, la gittai nel foco; Ma estinto il soffio del dimòn l'avea. Lungo era l'atto a lacerarla intera... io nol potei! —

Che sogna la demente? Arsa l'avrebbe? Ah, se stridea la fiamma lì pronta a divorarla, indi ritorti avria gli occhi la misera. E se un primo

impeto pur ve la traea, sparmiato già non avrebbe le sue belle vesti e le man dilicate, onde salvarla dalle sùbite vampe.

Oh! qual periglio può rattener la donna innamorata, quando la punge quell'acuto immenso empio patir?

Deh, non parlar di queste creature sì fragili e possenti, tu non nato ad intendere che il vile gaudio d'averle e d'obliarle sempre!

— Duro è l'indugio. E ancor non vien! — Si desta da lunge un'eco: Edmenegarda ascolta avidamente, le si fan le gote

porpora viva... Il suo Leoni è giunto. — Addio, diletta! — Ella si tacque; e, un lungo sospir traendo, con le molli braccia

gli cinse il collo e lo baciò. — Divina sei veramente! Durassero eterne quest'ore! Stolto! io non credea che tanta

in sé chiudesse voluttà la terra! Dov'è sembianza che alla tua somigli? Chi non daria per queste chiome un regno, per baciar mille volte, com'io faccio,

queste tue chiome, e, a forza di baciarle, stemperarsi d'amor, com'io mi stempro?... Sì, Edmenegarda! Piega la tua testa qui sul mio cor!... Deh, senti come batte

un cor d'Italia. Ah, questi miei non sono, non son gli amplessi del superbo inglese!... — Leoni mio, non proseguir! Ti prego a mani giunte, non mi far morire!

Troppa è l'ebbrezza che nel cor mi versi; ma per pietà non proferir quel nome! Io non ho forza a sostenerlo! Taci! — Ei ti disama; non t'amò giammai.

Co' suoi gelidi modi ei ti contrista, gentil rosa d'amor! Ben meritava d'aversi a moglie una rubesta donna delle carniche rupi, e non la dolce

Edmenegarda mia! — Deh! più non dirne; mi son pugnale avvelenato all'alma le tue parole! Ei sì ancor mi ama Arrigo,

troppo umano e cortese a questa sua miseranda colpevole! Che fôra, s'ei risapesse? Oh mio Leoni! Un serpe mi rode il core! Io lo disamo, io sola;

e si tormenta il misero a vedermi tramutata così! — Può far portenti la pietà nei gentili. Ed ella intensa

la sentìa per Arrigo. Arse Leoni in quel fiero sospetto, e sulle labbra dal core offeso gli suonâr parole sino allor non proferte.

— E cieca or tanto fatta sei tu? Veder ne lo potessi sotto i vecchi palagi, com'io 'l vidi, passeggiar sorridendo! Egli divora

tutte degli occhi queste nostre donne, e, immemore di te, forse possiede nel suo vil desiderio altre sembianze, che un raggio, un'orma della tua non hanno.

— Leoni, è tempo di tacer! — Non anco, Edmenegarda! Lasciali i rimorsi a lui, che vola a comperati amplessi,

e svergogna così questo suo dono non meritato dal Signor! — Le guance d'Edmenegarda in una calda fiamma

si tramutâro. — Ascoltami, Leoni! Tu menti; è vano il dubitar; tu menti! Deh, così basso non cader! Non farmi

più pesante la colpa! Almen mi lascia questa alterezza, che in vulgar persona io non locai l'affetto. Intender tanto non credea dal tuo labbro. Arrigo è fiero,

Arrigo mio, più di quant'altri alberga la vostra Italia. Ei non sapria macchiarsi di gelose menzogne. Egli, il mio sposo, pria di mentir, morrebbe. Or via, mi guarda;

gli occhi ho pieni di lagrime!... Sei pago? — Edmenegarda! Se le atroci ambasce, che mi schiantano il cor, le risentisse una fragile donna, ella sarìa

sepolta già. Dissimular che giova? voi l'amate, l'amate! — Oh così fosse! Perché trarmi dal core anche il rimorso?

— No, Edmenegarda! Non lo dir! Ma vedi! Vedi come per te cieco son fatto! Questa indomita febbre è la mia parte d'aria e di sole. Io morirei senz'essa.

Credi, non sente amor chi lo divide! Edmenegarda mia, vile io non sono! Questi crudi, che a voi, povere e frali, insegnaron la colpa, e poi non sanno

sentir la gioia dell'avervi intere, paghi d'un bacio che a sbramar li venga, questi tutti son vili! — Dallo sguardo

d'Edmenegarda, ai concitati accenti, lampeggiò l'allegrezza, e intorno al collo gli ripose le braccia; e figli e sposo svaniron lenti dalla sua memoria

sotto il vel dell'oblio, che il novo affetto continuatamente iva tessendo più fitto sempre. Ma sorrider lieta

già non sapeva. — Oh mio Leoni! Infauste giornate il cor mi presagisce. Ah sempre amami, sempre com'io t'amo; e queste

parole mie non obliar. La terra mi tesserà dolori, avvilimenti; io sarò forte a sostenerli. In core mi languirà la prece, e disperata

io non cadrò. Se mi mancasse il pane, non saliranno i miei lamenti a Dio; me l'avrò meritato! Ma, se mai tu... mi lasciassi...

— Angiolo mio! Quai fole per la mente ti passano? Sorridi, Edmenegarda. Or via; caccia dall'alma queste vaghe paure! E non ti basta

l'amor mio tanto? — Oh sì, mi basta! E vedi ch'io son tranquilla. Ma tu pur, diletto, non affannarmi; non voler ch'io tremi

dell'ire tue! Qual gloria indi n'avresti? Che resta a noi, se non amarci? — A queste voci d'affetto sospirò Leoni

di profonda amarezza, ed esitando la man le porse, come con quell'atto perdón le dimandasse dell'averla contristata così.

Sul core afflitto ella serrò la cara mano... e tacque! Molti dolori chi molto ama oblia! Sceso era già dall'orizzonte il sole

e in grembo alle romite aure del loco movea un suon di reconditi sospiri rotti da qualche inebriato accento. Ma quella sera sulle dolci mura

calâr tetri i crepuscoli; alle imposte mugolarono i venti; e sembrò voce quasi di pianto il mormorar de' flutti. Anche l'addio delle tremanti bocche

alla forzata ilarità del volto non rispose quel dì. Nelle fatali soglie si nascondea la preparata

ira del Nume: un innocente bimbo. Il sottil laccio tra la siepe al falco ghermisce il collo, e la invisibil goccia colmo al le ripe l'oceàn travolve.

Per quelle sale con aerei passi trasvolando Leoni, non s'avvide del fanciulletto, che di là per caso passava. Urtollo; e il poverino a terra

giacque ferito nella bella fronte. Leoni come lampo gli si tolse dagli occhi. Accorse alle dolenti strida la madre.

— Oh santa Vergine! rispondi: rispondi, angelo caro. Che hai tu fatto? — Mamma, non io; ma quel signor del Lido... — Taci! t'inganni, non è ver. Non deve

un bel fanciullo lagrimar. Se taci, se non parli ad alcuno, io ti prometto che un bell'abito avrai, ma de' più belli che si veda in Venezia. —

Ed asciugando il poco sangue del picciolo viso, molte feste gli fece. Alle carezze inusitate da gran tempo e al gaio

promettere, il fanciul serenò gli occhi subitamente; e non finìa la madre di carezzarlo. Una crudel tempesta

da molti giorni si mescea frattanto nell'anima d'Arrigo. Ove fuggito era quel dolce, quell'amabil riso

d'Edmenegarda sua? Perché sì mesto il sonar della voce e sì frequente lo scolorir del volto? Onde quel vago sviarsi de' pensieri e quel profondo

compatir delle colpe? E se festiva talor si mostra, perché mai traluce dalle note e dai gesti un doloroso sforzo dell'alma? La cagion del fiero

mutamento qual era? Ella altre volte d'Arrigo a canto procedea superba, l'ondeggiar delle vele e il variato

gioco de' raggi e il luccicar dell'acque lietamente notando. Ai vaghi aspetti era gelida adesso e di mirarli rifuggìa quasi. Nel leggiadro core

altre volte un desio caldo la punse di visitar le insigni opre dell'arte in compagnia d'Arrigo: or da gran tempo non vedea quelle sale, e senza cura

abbellìa la persona, e senza affetto educava i suoi fiori. — In che le spiacqui? — talor diceasi Arrigo — e donde nasce

quel tormentoso infastidir di tutto? quei rotti sonni? quel tremar talvolta nelle mie braccia? Oh che?... forse?... — E dal bruno

fronte gocciava qualche fredda stilla. Poi, ripensando alle celesti gioie da Edmenegarda avute, e a quella tanta vita d'amor pei figli, e a sé guardando,

giovine e bello e da tanti anni amato, con timida allegrezza, ebbe vergogna di dubitar. Né sì profondo infitta

gli restò come pria dentro al pensiero una persecutrice ombra, che sempre, con la sua dolce Edmenegarda uscendo, su' lor passi incontrava.

— Oh l'importuno! Che pretende costui? — proruppe un giorno con la sua donna Arrigo. — E che? vorresti

impedirgli la via? — Si ricambiâro ambo un sorriso; e fu sì casto e pieno e confidente, che potea di mille

sospettose paure esser compenso. Ma quando acuta i visceri penètra la vipera del dubbio, ella consuma fieramente la vita, e non è forza

ch'indi la tragga. Nel fervor dei prandi, nella vicenda de' convulsi giuochi, tu crederai di seppellir quel mostro; ma sorgerà. Nelle sonanti corse,

tra i tumulti del dì, nella notturna melodia d'un'angelica canzone, che di tepido oblio l'anima incanta, tu crederai di seppellir quel mostro;

ma sorgerà. Né sull'altar di Dio, dove si placa ogni tempesta umana, la prece e il pianto t'usciranno in pace. — Vieni, Adolfetto mio: dolce è la sera;

vieni a San Marco. Vi vedrai di molti vispi fanciulli. Tu sta' ritto e bello. Fa' loro invidia. — Vezzeggiando al padre,

batté palma con palma il fanciulletto tutto contento, ed abbellir si fece. Nero il turbante, come neve il collo, ceruli i guardi, cerula la veste,

biondi i capelli, inanellati e lieve per l'omero scorrenti, era Adolfetto un angelico incanto. E parea nato quel soave fanciullo a render miti

con la tanta bellezza anche le fiere. Sei pur vaga, o Venezia, e lungamente memorabile e cara alle pietose fantasie del mio cor! Chi porta gli occhi

la prima volta sull'eterne torri del tuo San Marco e non sospira, è degno d'assiderarsi alle perpetue brume del Boristene. Chi trascorrer lascia

le gentili tue donne e non si sente rapito all'aria de' leggiadri aspetti, non merta mai bacio d'amante. E quando al grazioso favellar festivo

non esilara il cor, l'ultima Islanda io ben dirò che gli fu madre. Al cupo tempestar della mente e agli odii ingrati

della terra natale, e a qualche arcano e tremendo peccato, in queste tue ospiti rive, dopo lunga guerra, trovò riposo un esule; e talvolta

brillò la gioia ne' fulminei sguardi del poeta d'Aroldo. Alle solinghe ore di quella traviata i canti

del poeta d'Aroldo eran compagni. E quella sera le correan a forza la mente e gli occhi sui dolenti casi di Parisina. Alla fatal lettura,

ecco repente tramortir la lampa, stridere i vetri: ella riapre e chiude più volte il libro, e pallida, d'intorno sguardando, le parea dalla oscillante

parete lampeggiar l'ombra del duca. Popolata è la piazza, e sotto il doppio ordin degli archi in allegria passeggia la varia gente. Assiso era col padre

il fanciullin da un canto. E con le bianche dita sfogliava una recente rosa, che la gentil fioraia, in trapassando, data gli avea. Dal doloroso petto

sospirò Arrigo a contemplar divelta la beltà di quel fior. — Perché sospendi, Adolfetto, il tuo giuoco? A chi riguardi

sì fisamente? Di'; conosceresti quel signor bruno? — Se il conosco! e molto male ei mi fece!

— Che? — Spinsemi a terra. — Dove? — Fuggendo per le nostre sale.

— Tu sogni? — Babbo mio, deh! non guardarmi sì corrucciato. — Parla, angelo, parla!

— La mamma corse ed egli era scomparso. — Ed è quello? — Sì, quello. — In lontananza

forse t'inganni. — Oh no. — Quando ripassa, guardalo attento. —

Ripassò Leoni. — Dunque? — Gli è quello! — Arrigo si coperse

di mortal pallidezza; i polsi un tratto gli si allentâro; e sotto alla vergogna sospirò di morire. Il paradiso della sua vita si chiudea per sempre!

Ma dopo gli urti di quel primo affanno, che ogni forza, ogni senso gli scompose, dell'aere diffuso al refrigerio, pietosamente assursero in Arrigo

i secondi pensieri. — Ella tradirmi! Ella sì amante, che parea vivesse del soffio mio! Tradirmi ella, mendìca

e allo splendor delle mie nozze assunta! Ella che sempre io nominai coi nomi più giocondi e soavi!... Arrigo, acqueta l'anima ardente. E non potria quel folle

essersi appena avventurato un giorno a tentar le mie soglie, e così offesa Edmenegarda dispregiar quell'atto, da non curarne o vergognar tacendo?

Talor maestro di sospetti è il caso perfido e vile. Ma... quel novo stato di tristezza che l'occupa! Parlarle uopo è una volta. Oh incanutir le chiome

mi possano oggi! Mi diserti il cielo d'ogni ricchezza, un misero sepolcro copra i miei figli; ma non sia l'orrendo fallo, non sia! —

Da una lampada d'oro sul letto nuzial d'Edmenegarda una timida luce si diffonde velatamente.

Ella è soletta, e il capo stanco reclina tra le ardenti palme. E pensava, pensava! E in quei pensieri era un torbido assalto di paure,

di rimorsi, d'amor, di pentimenti, e indomato un disio di sovvenirsi, e un lungo sforzo d'obliar. Da quella

mutua battaglia alfin scosse la testa. Arrigo entrò. Lieve un tremor sul labbro, lieve un pallor; non altro. E a lei vicino si pose.

— Arrigo! — Edmenegarda! È tempo ch'io vi favelli. Rammentate i giorni del nostro amore? Ei furon lieti! e forse

non torneranno più! — Tristo è il presagio, Arrigo mio! — Sentite, Edmenegarda.

Qualche mistero di dolor vi siede nell'anima profonda. Io non vorrei aver fatto una misera. Quel giorno che legai la mia fede (oh così amaro

non credea mi tornasse il ricordarlo!), quel giorno, come adesso, io tenea stretta nelle mie la tua mano... e questi accenti m'uscir dal core: — Edmenegarda, eterni

so che non duran sulla terra affetti. O inesorata li spegne la morte, o li lacera il mondo. Io credo e spero che mi amerai. Ma... se una volta stanca

di me tu fossi, se al tuo cor non pari trovassi il mio, se di tristezza e noia i tuoi giorni languissero, prometti che parlerai, prometti! — E a te piangente

parve strano quel dir; tu non credevi che quest'ora arrivasse. Edmenegarda, tu nol credevi! Or via; parla una volta: che ti contrista? Questa lunga e dura

serie di giorni desolati è troppo. Parla; ti versa nel mio cor. Non sono l'amico tuo? — Fu dieci volte spinta

quella infelice a rivelar la colpa. Ma il terror, ma l'amor, ma quella stessa bontà d'Arrigo, a cui tanta ferita già recar non sapea, miseramente

la rattennero, e tacque. — Oh più non dirmi di sì dolenti cose! A te ben noto esser dovria perché sì mesta ho l'alma!

Son questi i giorni che a' miei dolci colli gir mi lasciavi, e della madre in seno io deponeva i verecondi arcani del mio felice vivere! Da un anno,

sai ch'ella... è morta! — E, a quella pia memoria, le cadeva una lacrima, confusa col rossor di meschiar l'urna materna

alla prima menzogna. — Edmenegarda!... Null'altro?... Questo... veramente questo v'amareggia?... Null'altro?

— E perché fiso così mi guardi? — Tutto in quell'occhiata Edmenegarda intese; e la sostenne

imperterrita. — Ascoltami! Un atroce dubbio m'agita l'anima. Più a lungo, viltà sarebbe il mio tacer. Conosci...

certo Leoni? — Un gelido trabalzo urtolle il core, ma passò qual lampo. — Lo conoscete?

— Arrigo mio, perdona se ti sorrido... Io sì che lo conosco quello scortese. Un dì, male avviato, d'ignote genti a dimandar qua venne;

e, nel partirsi, inavvertito, a terra spinse Adolfetto nostro. — E, proferendo le mendaci parole, un'aria assunse

di maraviglia, d'innocenza e pace. Ei la guardò; ma l'ineffabil riso tuttavia nei sereni occhi brillava. Caderle ai piedi, stringerla, baciarla

e ribaciarla, e non finir di dirle mille accorate e mille dolci cose fu per Arrigo un punto. Era obliato l'orgoglio inglese in quegli atti d'amore!

E l'abbracciava il misero!... Un istante che allentato si fosse il tempestoso urto di quella ebbrezza, avria sentito

tremar sotto gli amplessi orribilmente le colpevoli membra, e sotto i baci farsi di gelo la convulsa bocca.

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