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1814–1884

CANTO QUINTO

Giovanni Prati

Deh, venitemi intorno, estri gentili della terra del Sol, dalle gioconde belle odalische, voluttà promessa del paradiso; e freman le ricurve

arpe, miste al romor delle fontane correnti in letto di corallo e perle; e della mesta Rosellana al canto dall'ardue torri lo stambùl risponda,

mentre scherzano i silfi entro al fogliame delle mistiche palme, e i flessuosi giovinetti rosai dell'Ellesponto levano un nembo di celesti odori!

Deh, venitemi intorno, innamorate fantasie di quei cieli, a consolarmi la mente e il carme, per sì lungo pondo di dolor contristati!

Io così prego; ma renitenti alle invocate gioie non rispondon le corde, e dalla triste anima il vivo imaginar dilegua.

Alla fuggente prora apresi il mare. Così fuggisser le memorie infami, che lasciasti, o Leoni, avvinte al lido! Altri, cui tocca la pietà profonda

della misera donna, a te daranno di tristissimo il nome; altri, cui l'uso d'abbandonar necessità crudele fe' parer l'abbandono, un motto appena

sibileran dai labbri, e sarà incerto se sia pietate o scherno, o indifferente rumor di voce che col vento passa: pochi dal cor sospireran tacendo,

pochi tremanti della propria polve, che il giudicio dell'uom lasciano a Dio. Quando si seppe di quel novo caso, misto a vili racconti, onde sul capo

d'Edmenegarda ripiombar gli oltraggi, in ferite s'aperse, e grondò sangue l'anima altèra, affettuosa e degna di quel misero Arrigo.

Egli, tradito, privo per lei delle più sante gioie che dispensa la vita, accompagnato da perenni vergogne, egli l'amava...

Ancor l'amava! Era la sua fanciulla. Vista sì bella sulle consce rive del Tagliamento; era la dolce amica del segreto suo talamo; la madre

di quei due fanciulletti, ultimo bene ch'egli avesse nel mondo; or così sola, così deserta, e misera, e percossa dalla terra e da Dio!

Battea d'acerba gioia e d'orrido affanno il cor d'Arrigo confusamente, e prorompea: — Son giunti

questi giorni una volta! Edmenegarda, li volesti, e son giunti; e non è dritto che nessun te li tolga. Il lutto e l'onta nella mia casa hai seminato; or cogli,

cogli, ché è tuo, di quella dura pianta il durissimo frutto. Oh pienamente vendicato son io; ma troppo, ahi! costa quest'amara vendetta. E chi sa come,

come, adesso, ai fuggiti anni ella pensa! Quante lacrime sparge; ed una mano non aver che le terga, ed una voce non udir che la chiami e la consoli!

Povera infortunata! Io, che dovrei maledirti, obliarti, io sento il peso de' tuoi dolori, io solo! Oh questo pianto, che frenai da gran tempo, uopo è che scorra.

Così bastasse! — E in furiosi e torvi pensamenti quel suo spirito errava dietro al vil fuggitivo; ed arrivarlo

avria voluto, e dirgli: — Hai lacerato la vita mia; quel vago fior m'hai tolto, l'hai lasciato languir; perfido! rendi conto col sangue. —

E, l'aspre alle dolenti cose mescendo, rasciugava gli occhi, che tornavan per forza a inumidirsi, e divorava i fremiti, e in disparte

torceva il capo. E que' suoi due angioletti, quasi con senso di pietà celeste, senza parole, gli piangean da lato. Ma una più tetra e desolata stanza,

e ben diversa dal palagio antico, d'ombre s'avvolge, e da quell'ombre un cupo gemito insorge, e in una febbre ardente trangoscia un core che morir non puote.

E tra due mani discarnate e stanche langue il lavoro, sovra cui s'incurva la debil vita a guadagnarsi il pane. O Edmenegarda, in così verde etade,

ornai per te sì miserabil fatta, che la stessa Pietà non ha più accento per consolarti! Orribili pensieri ti si volgono in mente, e a quando a quando

incapace ti senti a soggiogarli: sì turbinosi assalgono. Infelice! Da quell'orlo sacrilego rimovi

gli ammaliati sguardi. All'acre punta di quel pugnal non accostarti. Il nappo, che cercavi di mescere, percoti alla parete; ché dei tanti falli

sepolcro infame una viltà non sia. Ed ella veramente era tentata di finir quegli spasimi. Ma il forte pensier de' figli, e una continua speme

che il digiuno e la febbre avria consunto quelle estreme reliquie, e il provvidente terror di Dio nel comparirgli innanzi così com'era, e non chiamata, un freno

posero a quella bramosia di morte. Ma, per quanto ella di pregar tentasse, più pregar non sapeva. Era la sua vita un torbido mar, corso dai nembi,

senza un filo di luce. A lui pensava, che credea d'obliar; pensava a un altro, che obliar non poteva; e, con veloce

ricordanza crudele e detti e sguardi ricomponendo e patimenti e gioie, stupida e lassa al suo lavor tornava. Degli aurei fregi e delle ricche vesti

non possedea più nulla: in sacrificio lieto le offerse, a liberar le fedi da Leoni tradite. E dopo tanto e sì intenso patir, venne quel giorno

aspettato e terribile, che all'opra cadder le membra, e il cibo, che non manca al più mendìco, le mancò. Soccorsi limosinar dal mondo? Oh! pria di farlo

era meglio morir. Morir non era la gioia sua? Ma la mordente fame vinse i fieri proposti; e, ripensando

che del molto fallir pena e riscatto esser potea la vita, ella ne volle vtrangugiar l'amarezza insino al fondo; e, offenditrice, il pan del pentimento

dimandar dall'offeso. — Alle sue soglie ben mi sta ch'io ritorni: ei così smunta mi vedrà, così debole alla terra

curvata e supplicante! Io fui la dolce compagna sua! Gli parlerò d'un tempo, ai nostri cuori memorabil troppo. Non dirò nulla; piangerò. Che importa,

se quel mio Arrigo io non potrò guardarlo? Parole acerbe ei mi dirà; ma, al prezzo di risparmiar nuovi peccati, il pane non vorrà rifiutarmi. Io non gli chiedo

altro che il pane! — Alla più dura croce oggi la miseranda anima è posta. Ben merita, o Signor, quando ella giunga

nel tuo cospetto, che, coi tanti giorni di spavento e di colpa, anche quest'ora ella trovi notata. In ampio velo

chiuse la fronte, e con gli sguardi a terra sforzatamente a quella volta mosse. Dopo quattr'anni ripassò per vie non obliate! da lontan scoperse

quella dimora! entrò per quella soglia! quelle mura conobbe! ad ogni sguardo una fiera memoria! ad ogni passo un sorvenire, un assalir d'affetti,

un acceso disordine, un tumulto vertiginoso! Entrata era felice; n'uscìa reietta; vi tornava quasi moribonda di fame. Il cor materno

si dilatava, si stringea, spirando l'aura spirata da' suoi dolci figli; e così a stento, finalmente venne alle stanze d'Arrigo.

In fondo egli era, solo e pensoso. Alzò gli sguardi e vide... e credea d'ingannarsi; e, in piè balzando, un tremito contenne, immobil stette.

E la guardò. La misera prostrata gli era davanti ad aspettar. — Chi siete?

Che cercate da me? — Levò tremando Edmenegarda la consunta faccia, e — Guardatemi! — disse. — Un dolce nome

io portava una volta; a voi dinanzi più recar nol poss'io!... Ma ho fame, Arrigo! Sì, guardatemi!... ho fame! — Ah! che i sepolti

non han più desidèri; ed è gran tempo ch'ella è sotterra, e disertati e soli qui restiam noi. Vedete quelle stanze? Là mi venne rapito, ahi! così presto

quel mio tenero fiore. E questi cari... li vedete?... Appressatevi, infelici orfani miei! — La disperata madre

stese le braccia; ma li strinse Arrigo forte sul petto, come per salvarli da quell'amplesso. — Sono miei! Non sono

d'altri che miei! Partitevi: alle vostre gioie fate ritorno; e non turbate questa dimora ove obliar si tenta. — Così dicendo, e accortosi che i figli

eran vicini a rannodar le sparse reminiscenze dell'amato aspetto, li strappò seco; e si perdea nel vuoto aere il romor dei concitati passi.

Quella larva s'alzò; segno non fece; non proferse parola; uscì più ratta, qual s'ella avesse il suo vigore antico. Gelido un riso le movea dai labbri;

sotto l'urto precipite del sangue, non vedea più le cose; e camminava, camminava convulsa e strascinata da un'orribile idea.

Vide una striscia d'acque terse e lucenti. Era il canale, la mèta sua. Con un'ebbrezza intensa girò lo sguardo, misurò quell'acque,

doppiò le forze, si cacciò sull'orlo, v'inarcò la persona... e già il mortale tratto mancava. Quando ai disperati occhi una luce balenò; dischiusa

vede una bianca soglia; ode un soave salmodiar di voci; un infinito scoramento la vince; una speranza vien come lampo: quel disegno orrendo

torna, cede, rincalza, è dileguato! Inneggiate, o celesti! Ella è nel tempio col suo dolce Pastor l'agna perduta; rifiutata dal mondo, ella è raccolta

nelle braccia di Dio. Godi, infelice, questo bene supremo. Ogni vivente, ch'oggi stolto scendesse a contristarti,

senza misura irriteria l'Eterno. E là, dinanzi al più remoto altare, non turbata pregò; pregò pei figli, per Arrigo, per sé, per quel ramingo

ch'era lunge, per tutti; e, non potendo quel ramingo scordar, chiedea dal cielo che gli desse fortuna; indi pentita, il periglio sentìa di quella prece;

e, pensando ad Arrigo, in sé chiudendo qualche rancor pel rifiutato pane, non finiva di piangere, e col pianto dimandava che Dio le perdonasse.

Indi, tornata alle deserte case, trovò dell'oro. Il generoso ignoto, arrossendo, conobbe. — Or dunque estinta

son io per lui, senza riparo? Estinta sarò per tutti. — Ma venìa frequente quell'amor tenebroso a conturbarla,

e pensava al lontano, e aver novelle pregava sempre, e sempre era delusa. Più sperar non volea; dopo un istante ritornava a sperar.

Misera! acqueta la tormentata anima tua; da lui, se ti è concesso, ogni pensier distogli. Amor che nasce e si matura in colpa,

che col rimorso e col terror s'annoda, senza voto né legge, infausto fiore, lungamente non dura. Aprir le foglie alla vampa del sol, chiuderle ai baci

rugiadosi dell'alba, abbandonarle non vigilate ai venti, ed una sera inchinarsi e morire, ecco la sorte di quell'infausto fiore.

Egli, il cui nome t'è rimprovero al cor, d'ogni allegrezza essiccate ha le fonti, e intensi amori più custodir non puote. Egli oggi oblia

quel che ieri adorava, ed oggi adora quel che domani oblierà. Malvagia e steril landa è di costor la vita.

Solitari la passano; e l'estrema necessità di morte li sorprende nudi d'affetto; e non han figli o sposa, non un caro superstite, che doni

lagrimando alle fredde ossa una croce! Edmenegarda umiliar la fronte tra le genti non seppe. E se talvolta qualche compagna dei giocondi tempi

spiò da lunge, in altra parte mosse delicata e superba. Uscìan le turbe agli allegri tumulti? Ella nell'orto

restava, ore con ore, contemplando una viola del pensier, diletto fiorellin ad Arrigo. O di feroci note di sdegno o d'armonie d'amore

sonavano i teatri? Ella con mesta voce sommessa modulava un canto, che ad altri tempi in calda estasi Arrigo, Arrigo suo rapì. Poi, quando i raggi

languìan nell'occidente, e qualche stella scintillava nel ciel, sulla solinga finestretta venìa guardando al mare; perché ogni sera alla medesim'ora

una barca radea l'eremo lido, non a' suoi dolorosi occhi straniera. Ella da lunge la vedea sull'acque avvicinarsi, le tremava il core,

le rivolgea qualche romito accento, la seguìa sospirando; insin che il breve suo fanaletto si perdea tra l'ombre. Un dì, scendendo a visitar nell'orto

quella viola del pensier, curvata sul tenue gambo e pallida la vide presso a esalare i moribondi incensi nell'etere materno. Anche quel caro

memore fior languiva! Al vedovato vasellino lo tolse, in cor pensando di lasciarlo cader sull'aspettata navicella fuggente.

— O tu, pietoso messaggio almen, sulla corolla estinta recherai loro questi caldi baci! — Aspettando ella sta. Che roseo sogno

le si dipinge nel pensier! Non sempre volgon dure le sorti, e il duolo in parte fu riscatto alle colpe, e la memoria di quel lontan si discolora e passa.

Chi sa che un giorno la pietà non parli all'anima d'Arrigo, ed ei non voglia dimenticar, e le riapra il seno, e monda dalle lacrime la chiami

novellamente sua! Dio, che perdona più che l'uom non fallisca, eternamente lascerà l'odio nella sua fattura? Aspettando ella sta. L'acume intende

delle pupille ad esplorar le vaghe lontananze; non ode urto di remo. L'ora è trascorsa; ancor silenzio. Addoppia gli occhi e l'udito; e il navicel non giunge.

Ahi! la viola del pensier, funesto vaticinio è di mali. Una pedata ode; si volge; un sigillato foglio

le si reca; lo guarda, impallidisce; la man d'Arrigo lo vergò; tremante l'apre e vi legge... Misera! dagli occhi quante lacrime ancor ti gronderanno!

“Edmenegarda! I tuoi miseri falli rimetta Iddio! Ma non sperar parole di perdono da me. Tu mi rapisti tutte le gioie; maledir m'hai fatto

questa tua bella Italia, ov'io sperava viver lieto e morir; privi di madre tu rendesti i miei figli. Alla natale Inghilterra io mi reco a seppellirvi

il dolor, se m'è dato; e pensa come lieta avrò l'alma nell'udir taluno che di te mi dimandi. Ahi! sarà duro il dover dirgli: — La mia donna è morta. —

E quando il guardo io volgerò dagli erti miei colli al sito ove si spande questa terribil terra, imagina se gli occhi avrò giocondi! Oh sì, fibra per fibra

tu m'hai lacero il core, e più non posso parlar di pace. Ma per tutti un'ora, Edmenegarda, arriva; ed io la sento più di tutti vicina. All'appressarsi

di quell'ora di Dio, fuggon dall'alma i corrucci e le offese, e bisognosi di perdono siam tutti. O Edmenegarda, spera in quell'ora. Io non dimando al cielo

che d'obliar, di crescermi vicini sempre i miei figli, e sostenere in pace le agonie della morte... e perdonarti!”. Di man le cadde il foglio; alla parete

s'appoggiò; le grondò larga una stilla giù pel pallor del volto, e senza speme tra le genti si vide; e allor l'acerba coppa sentì d'aver vuotato intera.

Sì! la vuotasti. Ma il divino Amico ti vestì di coraggio, e del tuo lungo patir l'offerta, festeggiando, accetta. Sola e pensosa il cammin novo imprendi,

come chi parta da dilette cose per un lungo viaggio. Incontrerai sterpi e tenebre e gel; ma non ti colga

scoramento né téma! In lontananza s'apre una dolce, una serena plaga, dove la pace i combattuti accoglie

come una madre, e della vita il sogno lene si solve in una santa luce.

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