Skip to content
1814–1884

CANTO QUARTO

Giovanni Prati

Vedesti mai della città fatata sulle sponde amorose, ove s'innalza perpetuo il canto tra l'oceano e il sole, vedesti mai le lucide sembianze

d'un'angelica forma ir diffondendo fascini arcani, e dietro lei confusi mille cuori agitarsi, e in rapimento scintillar mille sguardi, a cui dinanzi

ella verrà nei sorridenti sogni? Mai non vedesti una leggiadra donna col suo dolce compagno irsene altèra, e preceduta da due biondi figli,

qual da una coppia di nascenti rose? E non ti parver quelle anime amiche, irradiate da un medesmo affetto, quattro corde sonanti e risonanti

sotto il ciel che le ascolta e s'innamora? Qual core è mai che non esulti a queste melodie, che morîr su le perdute soglie del paradiso e, a far men triste

la fulminata razza, un giorno ancora sotto le dita dell'Amor son vive? Le sollecite madri alle fanciulle quella donna additavano, sclamando:

— Beate voi, se avrete una, sol una parte dei giorni avventurati! — Oh certo, senza molto indagar, tu la vedesti

la invidiata creatura amante o nel rumor d'un ballo avvilupparsi, o star composta ad una sacra pompa, o lungo il mare vagolar solinga;

tu la vedesti, e la più cara stella del felice Adriatico ti parve. Or leva gli occhi all'ultima finestra di quel palagio, a cui lambe la luce

le fondamenta brune, e, digradando via digradando, sul canal si perde. Quel palagio il conosci? È di Leoni. Conosci or tu quella femminea forma,

col crin dimesso, con le mani scarne, con la febbre nel cor, con le pupille macchinalmente immobili sull'acque? Ahi, come poco ella ti par diversa

dalla gelida pietra a cui s'appoggia! Sol l'ignominia d'un ripudio puote l'umano aspetto tramutar cotanto. Invan tu cerchi nella tua memoria

di quella donna indizio. E se una traccia lontan lontano al tuo pensier balena, è un lieve sogno qual di cosa morta da lunghissimo tempo, a cui tornando,

l'anima tenta di rifarne intera la somiglianza; e più e più s'attrista. Or, l'hai trovata? Quel crollar del capo,

quel doloroso tuo lungo sospiro mi rispondon che sì. Quanta pietade sentirà dell'afflitta anima il mondo! Oh nol pensar!

Questo rettile abbietto non ha voci per piangere. Egli manda sull'infelice il suo grido di scherno, e lo dispera col livor dei morsi,

e nell'ora del mal fischia di gioia. Così, quando scoppiò l'orrido nembo sul fragil capo alla reietta, i labbri verecondi di mille, a cui non note

son le vie del peccato, amaramente fecero il ghigno; e da quei labbri il nome d'Edmenegarda si gittò nei crocchi, senza vergogna; e fu divelto a brani

con maligna pietà dalle opulente peccatrici, che menano a trionfo la tolleranza del codardo sposo. E se qualche pudica anima ai casi

sospirò miserata, ebbe il dileggio; e fin si diede a quel gentil compianto, con demente rigor, la scellerata nominanza di colpa.

Ed or che il nappo ella finì sino alla feccia, il mondo, pietoso o stanco, l'obliò! Che importa,

se precipita un'alma, e senza madre gemon due figli, e pesa il vitupèro dove rise la gioia? Ordine è questo di natura e dei fati!

Or esce appena qualche rea celia, a ricordar la nuova ospite di Leoni. Egli da canto

caramente le siede: — Alza la fronte, ti consola, amor mio! Su quel feroce si scagliarono tutti. E se anco l'ira

ti ferisse de' tristi, io la divido con te, dolce amor mio! Tu la mia vita, tu la mia gioia; tu di me possiedi il giocondo avvenir. Come esser puote

se non giocondo?... Che ci cal di questa così ampia terra? Anco in angusto asilo Amor compone il paradiso!... Io tanto t'amerò e tanto, che potrai, lo spero,

dimenticare il doloroso sogno del tuo passato! — Oh! mio Leoni... — Arresta.

Non turbarti, non piangere! E se d'uopo n'hai veramente, non badarmi; e piega qui la tua testa, poveretta, e piangi! Merto ben io che mi trafigga il dardo

de' tuoi dolori! — Edmenegarda il capo riscosse alquanto, e con più lunga stretta serrò Leoni tra le braccia:

— Amico! Vedi se i giorni del patir son giunti! Io tel diceva!... Ma tu sempre meco resterai, non è ver?... Tu questa mia

misera vita non vorrai coperta di più dure vergogne. Io farò forza per obliar, per non ti dar mai segno che ti contristi. Ma, se tu mi vedi

sospirar qualche volta, oh! non dolerti, te ne prego a man giunte... Io già non penso che a' miei poveri figli! — Angelo amato!

perché dirmi così? Pria che una sola lieve pena costarti, io mille volte vorrei morir! Ma tu... mi amerai sempre? — Sin che il cor batterà. Deh così presto

questa febbre mortal non mi consumi! — Sei ben crudele, Edmenegarda! — Oh ridi, Leoni mio. Ma... così piena ho l'alma

di tanti sogni! Ed un di loro è bello; e mi par che s'avveri; e già lo sento nell'esser teco! — E lo sarai, diletta

compagna mia, nei dì dell'allegrezza, lo sarai nel dolor!... — Taci! Assopite reminiscenze tu nel cor mi dèsti.

Non sono ancor molto lontani i tempi, ch'ei così mi parlava!... — Or via, se m'ami, tu dèi lo spirto allontanar da queste

sconsolate memorie. Odi la brezza che via pei flutti vagolando spira? Vieni a goderla. — Il tuo voler m'è caro,

caro più d'ogni ben che un dì mi avesse potuto dar la terra! — E lungamente favellaron coi baci, entro la bruna

lor navicella errando. In quella sera fu giocondo spettacolo a vedersi agili gondolette, una sull'altra

scivolanti alla corsa, e un muover chiuso, come di campo, e un dar vario ne' remi, e un urtar nelle prue con meditata frode leggiadra, e poi tutte svagarsi,

come nere isolette, in seno all'acque, e seguitarle de' nocchieri il canto. Ma in quella gaia compagnia la loro gondoletta non venne. E tu la miri

colaggiù, solitaria, in lontananza, abbandonarsi alla balìa del vento, come sviato pellegrin che pianga per lo deserto.

In quelle cento prore l'aperta gioia sfolgorò. Qui siede il dolore e l'amor, fiori di tempra passionata e gentil, che cercan sempre

gioie romite. E quando quella turba di navicelle, dai percossi flutti, una ad una, scomparvero, a misura

che il ciel più sempre si vestìa di stelle, quel remoto battel venne alla riva. I languidi occhi Edmenegarda spinse dietro la folla che, dai curvi ponti

diradata calando, iva in dileguo. E sgombero di genti era già il lido... se togli un uom, che si tenea per mano due fanciulletti, con le fronti chine

e vestiti a gramaglia. Ahi, che parola di tremendi dolori indossar lutto di persona vivente!

Ella conobbe l'anime offese, e serpeggiar la morte sentì nel cor; ma si contenne. E, volti gli occhi sul mare, al suo tacito amico:

— Come è bello — dicea — questo lucente solco, che sotto all'agitar dei remi, qual per magica verga, esce dall'acque! — Così volâro i tempi. E le congiunte

anime solitarie, come due rondini amanti che fuggîr dal falco, guardavano il lor nido, allontanate dalla guerra del mondo.

Edmenegarda, dopo lagrime lunghe, e procellose preci, e torbide gioie, e rivocati proponimenti, e divorar con fiero

sforzo quell'onda di martìri, e pace dimandar dalla morte, e sul futuro spinger ratto la mente e poi ritrarla impaurita, e desiar che tutte

precipitasser le create cose, e due spiriti soli issero erranti sulle vaste ruine... alfin quetossi la desolata e stanca in quel fallace

sonno d'amore. O Amor! come trasmodi nostra natura, e dentro v'intenèbri la scintilla di Dio.

Velo d'inganni tesse prima il rimorso; e il cor s'avvede, ma, pago d'ingannarsi, il cor non bada; o, se vi bada, di badarvi ha sdegno;

e, poco a poco, il misero costume rende l'inganno a verità simìle. Come fu? Come avvenne?... Indarno il chiedi. Stanco s'addorme il bambinel tra i fiori,

e si risveglia col velen nell'ossa. E così fu di lei, buona già tanto! Credette pria; poi dubitò; poi disse: — Non è ver, non è ver! Qual fede io ruppi?

Su quale altare io la giurai? Qual Dio presiedette al mio giuro? Esser non puote che un monarca sì grande oda ogni vano bisbigliar de' mortali. Un re sì giusto

esser non può che a servitù condanni questo fuoco d'amor, che da lui parte libero tanto, ed è movenza e luce del suo creato! L'avvenir?... Chi 'l vede?

Chi può giurar sull'avvenir? Chi giura s'ei domani vivrà? se questo sole splenderà sulla terra? Ama la tigre il suo compagno; ma, se amor la volge

naturalmente ad altre gioie, è stolto chi ne la incolpa. E l'uom misero ardisce emendar la natura? Ama il selvaggio la donna sua; ma talamo è la rupe,

talamo il lido ai non vietati amplessi, che fan forte l'amore. E senza lacci sono i turbini e l'onde. E chi le doma starà sempre in catene?... Oh è ben scaduta

questa di belve incivilita plebe! — Lette in infauste pagine, e dai labbri del suo Leoni mille volte udite, tai cose ed altre a sé dicea la donna.

Non qual chi pensa in sicurezza il vero, ma qual chi tenta, con la mente ardita, suadere al cor che ogni paura è tolta. E non sapea che quell'incerto moto,

quel senso vago, quella nube arcana, che le errava sull'alma, era il più grande de' mortali spaventi, era l'occulto sentimento di Dio.

Fu di Leoni così cortese, dilicato, intenso, previdente l'amor, che al caro volto rifioriron le rose e un novo raggio

vesti gli occhi diletti, e le rivenne desiderio dei fior. Furono in breve quelle stanze un profumo, una celeste

musica di colori, un inusato tesor di pompe. E qua serici drappi e lucenti ottomane, e sulla terra morbide pelli a render muto il passo;

e sulle mura le dipinte imprese di dame e cavalieri, e di Gulnara sulle ginocchia del corsaro il pianto, e il bel crociato che in un roseo nembo

all'amoroso susurrar dei rivi bacia i grandi e lascivi occhi d'Armida; e pendule dall'alto a mezzaluna lampade vaghe a illuminar le mense,

e argentei vasi, e d'alabastro e d'oro splendide conche, e bei volumi e fiori sparsi, confusi, ondoleggianti... e un molle aere indistinto, una fragranza intorno,

un'armonia da rinnovar l'Eliso. Fra tanti vaghi e graziosi aspetti ella felice si credea. Ma sempre quella nube fuggevole, quel moto

misterioso, che la fea, per forza, tornar crucciata sui passati tempi. Indi l'acre piacer dell'adornarsi le riassalse il cor.

Donna, per quanto scaduta sia dalla sua bella altezza, anco nell'onda di cocenti affetti, serba sempre un amor per la sua veste.

Fors'è quel senso di pudico orgoglio, che le insegna onorar la più gentile delle create cose. Il desir novo

indovinò Leoni; e benedette fûr le ricchezze dal felice amante. E ondosi drappi e gonne agili e bianche, come piuma di cigno, e argentei veli

e malinesi e batavi trapunti, e lane arabe e perse, e nastri e gemme, a ornar le trecce d'ebano e i nitenti omeri e il collo e le nudate braccia,

tutto, qual per incanto, a sé davanti vide la bella fata; e il cor di donna con precipiti palpiti battea. Ma non molto durò; ché come piombo

le pesâr quelle vesti, e interrogarne il perché non ardiva. Una rancura vigile sempre nel profondo petto

la tormentava, la scotea dall'ebro assopimento, le dicea: — Tu dormi, ma teco io sono! —

Edmenegarda fece per non udir quell'importuno grido. Ma, qual punta di dardo in piaga viva, ei riveniva.

Disperata pianse, meditò, corrucciossi, e forza a forza apertamente oppose. — Hai ben ragione,

Leoni mio. Noiosa è questa vita di servitù, chiusi dall'onde. Io stessa, che vivrei teco ne' deserti, or sento che dritto n'hai, se la disami. Eguali

qui gli strepiti, sempre egual la pace; gondole eterne e gondolieri e ciance. Mai quell'ampio e vibrato aere, quel sole che non si franga dalle pietre in fiamma!

Mai quel vario veder, quell'agitato scalpitìo de' cavalli e quel de' campi dolce tumulto: mai quelle segrete melodie che fa l'ôra intra le fronde;

né un fil d'erba, né un fior, né una dolce ombra che queti il cuore! E non poter da un cocchio splender coll'uom che s'ama, o sulla sponda seder d'un rivo e udir per la pianura

limpidi canti, e nella folta siepe il rosignol che piange!... In mezzo all'acque morrebbe certo l'amator gentile! Oh la terra! la terra! Ai primi padri

già non fûr le pesanti onde marine prima stanza d'amore! — E non tel dissi, Edmenegarda mia, che ti verrebbe

questo vivere a noia? Esserti caro quel che a me spiace? Hai detto ben. La terra, la terra è stanza dell'amor; non questa prigion dell'onde. Cresce, nel sonante

tumultuar, la vita. A questo pigro nido di pesci abbandoniam le stolte anime di costor. La noncuranza con lo spregio si paghi. Edmenegarda,

alla terra, alla terra! — O mio Leoni, mi batte il cor di questa ebbrezza! Han d'uopo

quei due miseri ormai del tempestoso romoreggiar del mondo! E un agil cocchio, tratto in balìa di palafreni ardenti,

per le città, tra il sonito e la polve, già li rapisce; e invidiata splende la bellissima donna. E or le vetuste vie d'Antenore varca; e tu la miri

seder superba e sfolgorante in quelle marmoree maraviglie, onde ai futuri inclito andrà del mio Iapelli il nome. Or sui berici colli, in mezzo a tanta

allegrezza di verde, alle rugiade mescon dell'alba i solitari amplessi; or volano al beato Adige in riva, e tra i penduli salci, ove s'estinse

l'armonia di Catullo, un molle accordo par che ai lor baci tuttavia risponda. Poi dei piani lombardi e delle valli cercarono il sereno aere, e la ricca

popolosa città. Ma il gelsomino sotto i vampi del sol, senza una fresca ala di vento che lo irrori, a terra

debbe un giorno languir! Sai tu le gioie amare e forti della bella figlia del Caramano, nei dipinti arémi?

Oggi il fervido sir preme sul petto: pensieroso diman vede il monarca, e sente il peso delle sue catene. Un dì, regno sull'alma. Indi è procella

di tetro amor, di voluttà, di sdegno, di fastidio, d'oblio, di rinascenti gioie, con vano ritornar sui tempi che più non sono.

Di Leoni è fatto nebbioso il cor. Qualche benigno accento, qualche cura gentil, qualche soave sorriso vi splendea, come una queta

ma fuggitiva luce. Il resto è lampo, che vien coll'oragano a illuminarne gli schianti e la ruina. O Edmenegarda,

che cor fu il tuo, quell'amator sì umano e caldo e mansueto or lo veggendo così diverso! Gli favella? È un dono

inaspettato, s'ei la man le stringe, o sorridendo le ricambia il detto. Gli si pone d'appresso? Ei sfoglia un libro sbadatamente e legge. Osa mostrargli

qualche rancor? S'infuria, e le fa pieni gli occhi di pianto. Allor, come accorato, la vien baciando; e un vivo sol repente le si spande nel volto, e muta in perle

quelle rugiade del dolor. Ma il crudo velen della memoria ogni conforto d'amarezza le tinge; e più non sente

Edmenegarda, come pria, quei caldi impeti passionati, e l'indiviso nuvol dell'alma le si fa più tetro. Aridi i fior, l'aria pesante, ingrato,

dispettoso il tumulto, aspra la vista delle cose e dell'uom, torbidi i giorni, trangosciate le notti... e il suo compagno non curarsi e tacer! Questa è la spina

più sanguinosa. Il fuorviato tralcio trova un olmo, e s'appoggia. Ahi! se quell'olmo stanco sarà di sostenerlo! — Oh Arrigo!

Oh miei poveri figli! Oh mia perduta casa! Oh speranze della vita infrante! — E profondo gemea. Ma nella voce del suo Leoni un refrigerio ancora

sapea trovar. Necessità od affetto, gli era avvinta, e bastava. Anzi, in quell'alma necessità ed affetto, onta e rimorso,

pentimento e peccato era una cosa. — Ahi, son fiere amarezze! Ecco il fedele prometter suo! sola mi lascia. E quando alta è la notte, io pallido mel veggio

comparir, non so donde. E fa risposta alle parole mie con disdegnosi gesti, o muti sospiri, o violento suon di dolcezza... e d'ingannarmi ei crede.

Mio Dio, quanto mutato! Oh s'io sapessi quel ch'ei cela nel cor! Gli tedian forse queste rive del Garda? o ch'io gli costo qualche grave pensier? —

Sì fatte cose tra sé volgendo, abbandonò le stanze: nel giardin si recò. Pallidamente

in grembo alle argentate acque del lago lucea la luna. Era diffuso il cielo. Placida l'ôra si movea tra i rami; e d'un novo color, sotto le stelle,

si vestivano i fiori. Entro un cespuglio la gentil capinera innamorata modulava le sue dolci canzoni. Or sì or no, tra il folto delle piante,

qualche lucciola intorno iva raggiando. E vivo e terso, come argentea zona, mettendo un soffio di sottil frescura, luccicava tra l'erbe un fiumicello.

E, a compir quella pace, il caro e mesto suon della sera si spandea dagli alti campanili del Sirmio; e in una sola armonia fervorosa, a mille a mille,

salîr limpide voci; e cielo e terra pareano intesi a quel sublime accento: — Santa Madre di Dio, prega per noi! — Sola, non vista, in un segreto calle

di quel giardino, la colpevol donna, compreso il cor d'un sùbito ribrezzo, incurvò le ginocchia, e, giunte in croce le ceree mani, sovra cui profuse

giù cadevan le lagrime del volto, lungamente pregò. Furon parole rotte, confuse, inebriate, amare;

furon moti e singulti. Alfin la prece le uscì lucida e calda. Era pei figli e insegnata dal core.

— O santa Madre dei dolorosi, non a me guardate, non a me, così rea! Ma i tribolati, ma gli innocenti, gli orfani son vostri!

Per le piaghe di Lui, che vi amò tanto, proteggeteli sempre. E se una volta sapran di me, che li lasciai nel mondo sì crudelmente, oh! fateli benigni

a questa loro traviata e trista, che aspetta pace dalla morte. — E china ad un salcio la fronte e sotto i raggi

mesti del ciel, pareva un decaduto spirito che pensasse al paradiso, quando più pesa la crudel memoria del commesso peccato.

Un'orma suona... si disperde... s'approssima... s'aggira pei torti calli... si raccosta... È lui. — Ma che fate voi là, stesa sull'erbe

umide della notte? Or via, sorgete. Quel non è loco da pregar. Dimani torneremo a Venezia. Avrete cento e mille chiese eternamente aperte,

per stancar questo Dio. — Taci, Leoni. Ma che ti feci io mai? Forse gioisci di vedermi tremar? Dillo una volta:

che ti turba così? — Nulla. — Da un cespo ella colse due gigli, ed un lo pose

con umil vezzo al suo Leoni in petto. Ma quei senza badar, foglia per foglia, lo stracciò con le labbra, e il nudo stelo lasciò cadersi, sospirando. Anch'essa,

a quella vista, il suo bel fior distrusse, con riboccante d'amarezza il seno, e nessun più parlò. Che lungo sogno

quella notte la assalse! In pria, da lunge, come in vaghi ricordi, una dimora nota le apparve, e due giovani amanti

e due vispi fanciulli avvicendarsi baci e carezze di celeste affetto. Indi una barca, uno smaniglio infranto. E colpevoli fremiti e fulminee

voci dai labbri d'un fantasma uscite. Poi mutò quella scena. E patimenti lunghi intravide, e care cortesie, e ritorni alla vita, e ricambiati

baci d'amor; ma tra quei baci un ghigno, che le scagliava senza posa il mondo. E ancor novi fantasmi. E il fragoroso suonar d'un cocchio; e nell'obliqua fuga

città, ville, castella e colli e monti e pianure e torrenti. Alto un tripudio di cacce e prandi; libera una pompa alle danze, alle corse; e in quella vita,

che parea venturosa, il verme arcano a corroderla sempre. Uno spavento fea trabalzar sulle agitate piume la sognatrice; ma durava il sogno,

che del futuro le squarciò il velame. E sotto al raggio d'un fanal notturno, cinto di bari, in una cava oscura, scoperse un uomo (e le parea Leoni)

gittar convulso l'ultima moneta sopra una carta; e stringere le pugna, bianco dall'ira; e bestemmiar la sorte e giurar contro Dio.

Mise ella un grido, ma non seppe destarsi. E quella stanza maledetta fuggìa. Ma un'ampia landa le si pose davanti; e misurarla

vedea quell'uomo a giganteschi passi, e lunge lunge, oltre i morenti lembi, onde si distendeano, onde ed altre onde, senza riposo. E una raminga prora,

come penna di corvo entro alle nebbie, in quelle vaporose indefinite lontananze del mar si disperdea. Trambasciata, sudante, ella si scosse.

Aperse gli occhi, le rivenne il senso; sul cor tremante delle viste cose ne passaron mill'altre; un gel la strinse; e disperatamente, tra le coltri

chiusa la testa, più pensier non ebbe. Taciti e soli, sul venir dell'alba mosser dai campi alle natie lagune. Rifecer quelle vie senza parola;

risolcaron quell'acque. Egual rimasta era la terra. Eguale il mar. Partiti eran col riso dell'april; col riso

dell'april ritornavano. Ma il core? Ah! sui campi del core, a disertarli, era passato il vento della morte. Quel riveder, risalutar gli alberghi

consci di tante voluttà segrete ben fu com'aura, che vagasse intorno, cercando i fiori dell'eliso antico. Ma non trovò che nude alighe e pruni,

e dileguò, gemendo. Alfin dei tempi destinati da Dio l'ora è suonata. Leoni ha risoluto. Aspre le pugne,

fieri i tumulti, amaramente mista la vergogna al dolor, morto il passato, l'avvenir senza speme, e messi in fondo il nome e la fortuna, ha risoluto.

Strascinerà vituperato i giorni sotto altro ciel. Più volte quel codardo meditò di morir. Ma amor lo vinse

della misera creta ond'era cinto, non terror del misfatto, e ruppe il ferro. Non fugge infamia. Dell'infamia il nome sol può mutar.

— La stolta ira del mondo mi percota. Che importa? Non è campo tra noi per misurarci. Ahi, la perduta giovinezza del cor! Questa è la spada

che ferisce profondo. E i lieti giorni non potran più rinascere... Ed io solo fui, che li uccisi! Ed altre vite, ed altri estinti amori; e lacerato il nodo

d'anime mansuete; e la materna felicità d'un angelo!... Ah, la morte, ch'io non so darmi, sarìa pur pietosa, se mi venisse a liberar da queste

dure battaglie! Ancor quest'oggi il pane.... ancor quest'oggi. E poi?... No, no. Sull'onde getterò la mia vita. Io più non voglio ascoltar quella voce. È orrenda cosa

ascoltar la sua voce! Oh le tempeste inghiottir mi potessero! L'Eterno benedirei. Leoni! anco un istante, e poi... lunge per sempre. —

Era soletta su un veron del palagio Edmenegarda co' suoi mille pensier, torbidi, incerti, rapidi, intensi, paventosi, amari;

e tra quelli, un occulto, un ostinato presentimento, ma di tal sventura, che nome non avea nella sua mente, e già stavale in cor.

— Dio degli afflitti! non sia ver, non sia ver! — Morta la luce era d'intorno. Ribattevan l'ore

dalle squille notturne. Ella un acuto strido mandò; ché un rumor lieve intese, e lieve un bacio le sfiorò le chiome. Vede un'ombra; poi nulla. Intorno getta

gli occhi smarriti; nulla. A fievol voce chiama Leoni; ma nessun risponde. Era sogno?... Nol sa. Vero?... Ella sente sul capo ancora il gel di quelle labbra

che la baciâro. In sé tutta si stringe impaurita; un orrido deserto par che la cinga, e il cor le si discioglie, a groppo a groppo, in un dirotto pianto.

Quante cose in quel punto ella si disse! quante più ne pensò! Non è linguaggio, non è forma o color che le dipinga. S'incrociano, si sciolgono, van ratte,

rivengono più ratte entro la mente disperata e confusa; e, in geli e vampe tramutandosi, assalgono gli abissi miserandi dell'alma, ove alfin regna

in solitaria e paurosa notte l'insensato dolor. Fûr pochi istanti; ma tremendi, ineffabili, nascosi a umana idea. Traverso a quello spirto

errava ancora un negro insuperabile turbine di memorie e di pensieri. Poi languiron le forze della vita; e sui guanciali in un sopor profondo

piombò. Da quel sopor chi ne la desta? chi la riscote?... Non è lui?... Lo guarda... ma non è lui. Si risovvien di tutto.

Quegli un amico è di Leoni, e sorge: — E' dov'è — grida, — ditelo! Non monta: lo sapea da gran tempo. Or via: parole, non sospiri; parole vi dimando!

Non mi fate morir! — Egli vi lascia per mia bocca un addio. Di perdonargli i patiti dolori ei vi scongiura;

e così solo e povero veleggia verso la Francia! — La misera donna soffocò un urlo; e, rassegnata, al cielo

alzò le mani, e non avea parole altre che queste: — Il meritai! Doveva esser così. Sotto il giudicio vostro

io m'inchino, o Signor. Contro vi venni, mal nata polve, e voi saliste in ira e m'avete percossa... Il meritai! —

Cookies on Poetry Cove

We use cookies to remember your language preference and — only with your consent — to learn how Poetry Cove is used. You can change your mind any time.
CANTO QUARTO · Giovanni Prati · Poetry Cove