Era ne la stagion che 'l sommo Giove Stende dal ciel la glorïosa mano, Pingendo a la gran madre il vario volto, E la riveste poi non d'ostro o d'oro,
Ma di purpurei fiori o di verd'erba, Poi che 'l novo anno a noi rimena il sole: Quand'io vidi una donna emula al sole, Fabricata per man de l'alto Giove,
Seder sotto un bel mirto sopra l'erba, Ch'Amor et Honestà tenea per mano. E se dritto mirai, due treccie d'oro Facean più adorno e più leggiadro il volto:
Benché gli occhi perdean contro al suo volto, Come perde ogni vista incontra al sole, Ché in cigno bianco, in toro, in pioggia d'oro Di novo convertir potrebbe Giove,
E Febo far con la zampogna in mano Discalzo con gli armenti andar per l'erba. Ma, lasso! ché nascoso era fra l'erba Un fiero stral, che per ferirmi il volto
La donna prese di sua propria mano; E s'io non mi difesi da quel sole, Vergogna non mi fu, poscia che Giove In cielo è tutto pien di strali d'oro.
Onde pria verde troverassi l'oro, E primavera senza ' fiori e l'erba, E sarà mesto ne l'abisso Giove, Ch'io non porti scolpito il divin volto
Dentro al mio core, e l'uno e l'altro sole, E quella a me tanto nemica mano. O dolce, o santa, o leggiadretta mano, In cui si vede insieme avorio e oro!
O humana dea, o bel terrestre sole, Il qual non per nutrir ne i campi l'erba, Ma per mostrar sé stesso in simil volto Mandò fra noi qua giù l'eccelso Giove!
Ma prego Giove che non mieta in erba Quel volto e quella man che lo stral d'oro In noi mandò, ché 'n cielo è assai d'un sole.
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