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1463–1494

Capitolo

Giovanni Pico della Mirandola

Né più né men como a Natura piace Porto la vita, e tanto più quïeta Quanto ragion con tutti i sensi ha pace. Cosa ch'io cerchi aver non mi si vieta,

Però che anch'io non seguo voglia alcuna Che exceda de' suoi termini la meta. Chi ha l'acque e i fructi, a forza non digiuna; Ogni altra fame, ogni sete è mendosa,

Quando sopra il bisogno ci importuna. Chi troppo vòl, la magior parte è ascosa; E chi molto solerte cerca e brama, Con l'animo e col corpo mai non posa.

Un, spesso, una che l'odia affecta e ama, E in van s'affligge e stenta; un, puoi, negletto, Serve e s'affanna per salire in fama. S'el non consegue el suo bramato effecto,

Biastema i celi, e il miser non s'avede Che colpa non ha il cel, ma suo è il diffecto. Quel che più in là pensa di porre el piede Che la sua gamba el porti, o ver ch'el cade,

O con disavvantaggio indietro riede. Erte a salir al cel sono le strade: Chi vole ir sempre ove el pensiero el porta, Se stesso danna a gran calamitade.

Nessun perfectamente si conforta Viver quieto in suo stato, se non quello Che la speme nascente ha presto morta. Chi vuol parer più nobile o più bello

Che Natura el produchi, ohimé, el s'inganna, Ché 'l metal solo si rifà al martello. Talor si trova sotto una capanna Magior felicità che in le gran corte,

Dove, per grado aver, tanto s'affanna. A tutti le bilancie adegua Morte; Ma chi è debito poco, presto rende E in longo carcer non lo serron porte.

Meglio da le percosse si diffende Chi ha un sol nimico, che quel che n'ha molti; Se 'l grande serve ad uno, a mille offende. Contra al pover non son l'invidi vòlti;

Mancan l'insidie, tace el detractore, Né sue calumnie mai convien ch'ascolti. Non teme a mensa om povero el censore, O in publico o in privato che gli appona,

Né mai abito lascia con rubore. Più dannata è una gemma in la corona D'un re, se è mal legata in quel fino oro, Che la vil toga sopra umil persona.

Di foglie e d'alga a un positivo toro Con men pensier si dorme, che a i gran lecti Su ricchi strati di sutil lavoro. Se fusser discoperti tutti i tecti,

Se vederian, qual per camini el fumo, I suspir' che con voce escon de' pecti. Ma a me ritorno, e questo dir prosumo: Che in questo mio tugurio ho il secul tutto,

Benché oltra il viver non m'avanzi un numo. Dove el fonte non sorge, è l'aquedutto; Dove non nascon cedri o palme, è il sorbo, Che, quando piace a me, mi è dolce frutto.

Se non ho il pappagallo, ho in cambio il corbo; Se farmaci non ho, cinamo o pepe (Quanto men medicine, è manco morbo), Ho l'aglio almanco e le spogliose cepe,

Fragole, aspargi, ed èvi el spineo cardo, E nespoli inestati entro le sepe, Caperi, fongi, erbette e il spico nardo, Fior' varii e rose, non che a primavera,

Ma l'estate, l'autunno e al verno tardo. S'io non ho mare o laghi, ho la peschera, E s'ella non ha tunni, orate o rombi, Ha d'umil pesci una infinita schiera.

Ho le reti coi subri e al fondo i piombi, Che quel ch'io voglio portono a la riva; De ucelli ho puoi galline, oche e colombi, E benché queste cose tutte io scriva,

Non me ne acibo sempre, ché Natura Non vuol superfluo: a lei basta ch'io viva. Usar si vòle il suo stesso a misura: Attaccati a le trabe spesso trova

I racemi passati l'ua matura. Fannomi in casa i donnellini a prova, E le galline mi mostran col canto Quando io debbo levar del nido l'ova.

Ma ben ch'io dichi questo, io non mi vanto, Ché exaltar non mi può cosa mortale, Perché el fin de i dilecti è inizio al pianto. Officii, onori, pompe, veste e gale

Altro non son che uno illusorio sogno, Che, alor che più dilecta, nulla vale. Quando uno ha per camino el suo bisogno, Ogni altra cosa puoi gli è inutil soma:

Già lo provai, e ancor me ne vergogno. Questo giudicio sta in la bianca chioma, Che al gionger suo ne mostra ognor più certo Che ogni cosa che nasce, el tempo doma.

E quanto un più di questa vita è experto, Cognosce manifesto che più gode Un libero voler dentro el deserto Che in le cità, dove l'un l'altro rode.

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