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1855–1912

XXIV

Giovanni Pascoli

E il mare azzurro che l'amò, più oltre spinse Odisseo, per nove giorni e notti, e lo sospinse all'isola lontana, alla spelonca, cui fioriva all'orlo

carica d'uve la pampinea vite. E fosca intorno le crescea la selva d'ontani e d'odoriferi cipressi; e falchi e gufi e garrule cornacchie

v'aveano il nido. E non dei vivi alcuno, né dio né uomo, vi poneva il piede. Or tra le foglie della selva i falchi battean le rumorose ale, e dai buchi

soffiavano, dei vecchi alberi, i gufi, e dai rami le garrule cornacchie garrian di cosa che avvenia nel mare. Ed ella che tessea dentro cantando,

presso la vampa d'olezzante cedro, stupì, frastuono udendo nella selva, e in cuore disse: - Ahimè, ch'udii la voce delle cornacchie e il rifiatar dei gufi!

E tra le dense foglie aliano i falchi. Non forse hanno veduto a fior dell'onda un qualche dio, che come un grande smergo viene sui gorghi sterili del mare?

O muove già senz'orma come il vento, sui prati molli di viola e d'appio? Ma mi sia lungi dall'orecchio il detto! In odio hanno gli dei la solitaria

Nasconditrice. E ben lo so, da quando l'uomo che amavo, rimandai sul mare al suo dolore. O che vedete, o gufi dagli occhi tondi, e garrule cornacchie? -

Ed ecco usciva con la spola in mano, d'oro, e guardò. Giaceva in terra, fuori del mare, al piè della spelonca, un uomo, sommosso ancor dall'ultima onda: e il bianco

capo accennava di saper quell'antro, tremando un poco; e sopra l'uomo un tralcio pendea con lunghi grappoli dell'uve. Era Odisseo: lo riportava il mare

alla sua dea: lo riportava morto alla Nasconditrice solitaria, all'isola deserta che frondeggia nell'ombelico dell'eterno mare.

Nudo tornava chi rigò di pianto le vesti eterne che la dea gli dava; bianco e tremante nella morte ancora, chi l'immortale gioventù non volle.

Ed ella avvolse l'uomo nella nube dei suoi capelli; ed ululò sul flutto sterile, dove non l'udia nessuno: - Non esser mai! non esser mai! più nulla,

ma meno morte, che non esser più! -

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