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1855–1912

XVI

Giovanni Pascoli

E con la luce rosea dell'aurora s'avvide, ch'era l'isola di Circe. E disse a Femio, al molto caro Aedo: "Terpiade Femio, vieni a me compagno

con la tua cetra, ch'ella oda il tuo canto mortale, e tu l'eterno inno ne apprenda". E disse ad Iro, dispensier del cibo: "Con gli altri presso il grigio mar tu resta,

e mangia e bevi, ch'ella non ti batta con la sua verga, e n'abbi poi la ghianda per cibo, e pianga, sgretolando il cibo, con altra voce, o Iro non-più-Iro".

Così diceva sorridendo, e mosse col dolce Aedo, per le macchie e i boschi, e vide il passo donde l'alto cervo d'arboree corna era disceso a bere.

Ma non vide la casa alta di Circe. Or a lui disse il molto caro Aedo: "C'è addietro. Una tempesta è il desiderio, ch'agli occhi è nube quando ai piedi è vento".

Ma il luogo egli conobbe, ove gli occorse il dio che salva, e riconobbe il poggio donde strappò la buona erba, che nera ha la radice, e come latte il fiore.

E non vide la casa alta di Circe. Or a lui disse il molto caro Aedo: "C'è innanzi. La vecchiezza è una gran calma, che molto stanca, ma non molto avanza".

E proseguì pei monti e per le valli, e selve e boschi, attento s'egli udisse lunghi sbadigli di leoni, désti al lor passaggio, o l'immortal canzone

di tessitrice, della dea vocale. E nulla udì nell'isola deserta, e nulla vide; e si tuffava il sole, e la stellata oscurità discese.

E l'Eroe disse al molto caro Aedo: "Troppo nel cielo sono alte le stelle, perché la strada io possa ormai vedere. Or qui dormiamo, ed assai caldo il letto

a noi facciamo; ché risorto è il vento". Disse, e ambedue si giacquero tra molte foglie cadute, che ammucchiate al tronco di vecchie quercie aveva la procella;

e parvero nel mucchio, essi, due tizzi, vecchi, riposti con un po' di fuoco, sotto la grigia cenere infeconda. E sopra loro alta stormìa la selva.

Ed ecco il cuore dell'Eroe leoni udì ruggire. Avean dormito il giorno, certo, e l'eccelsa casa era vicina. Invero intese anche la voce arguta,

in lontananza, della dea, che, sola, non prendea sonno e ancor tessea notturna. Né prendea sonno egli, Odisseo, ma spesso si volgea su le foglie stridule aspre.

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