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1855–1912

VIII.

Giovanni Pascoli

E suona la campana del Comune a tocchi tardi. Ella è sonata a soga. Buon artigiano, cessa l'opra: è notte. Uomo dabbene, torna a casa: è buio.

Il bevitore esca dalla taverna. Chi giuoca a zara, lasci il tavoliere. Uscite, o guaite, per veder se alcuno va per la terra senza lume o fuoco.

Affretta il passo, o peregrino, e trova qualche uscio aperto, ove tu chieda albergo. Ora in palagio tuonano le porte, i catenacci stridono e le chiavi,

serrando il re. Poi tace ultima anch'essa la lunga lugubre campana. Ma Enzio ancora ode sonare il corno della gran caccia, dalla Valle rossa.

Di sangue tinti sono l'erba e i fiori. Giacciono i morti, i morti dell'impero, giacciono, chi sul dorso, chi sul petto, tra i neri massi, a piè dei neri pini.

Tre volte suona l'olifante, e chiama. È la vigilia della tua vendetta: chi ha mal fatto, non lasciar che dorma: ritorna, imperatore magno!

Oh! egli udì; l'imperator ritorna. S'ode la vasta e lunga cavalcata. Viene tra gli alti tenebrosi monti, per grandi valli e grandi acque correnti.

Avanti e dietro suonano le trombe a riscontrare in alto l'olifante. Non ha tra lor chi non si dolga e pianga. Sul calpestìo risuona e sulle trombe

il pianto, come in mezzo all'acquazzone le raffiche dell'uragano. Sono alti i monti, gli alberi molto alti. La Valle è piena di rosai selvaggi.

La notte è chiara: è chiarità di luna; tremano i gigli nella rossa Valle. Presso ogni morto è fitta la sua spada, la spada sua con l'elsa fatta a croce.

Stanno riversi con le braccia in croce: è nato un giglio in bocca d'ogni morto. Ognuno ha il giglio, a ciò tu li conosca: ritorna, imperatore santo!

Viene. Non è ancor giorno né più notte. Splendono già le punte delle lancie, lucono gli elmi, brillano gli osberghi, elmi ed osberghi e scudi pinti a fiori.

Si vedono ondeggiare i gonfaloni appesi all'aste, rossi azzurri e bianchi; su tutti i gonfaloni è l'orifiamma, quella che un giorno si chiamò Romana.

Tutti a cavallo i popoli del mondo: in mezzo a loro è Carlomagno. L'imperatore! Ha conti e duchi intorno, vescovi armati, con le mitrie d'oro.

L'imperatore ha gli occhi al sol levante, l'arcangelo gli dice: Ave! all'orecchio. È bianco, è vecchio di cinquecento anni; la barba in fiore ha stesa sull'osbergo.

I centomila, in segno di gran duolo, fuori dell'elmo hanno la barba bianca. Va, giungi al campo ove morì Rollando, imperatore! imperatore!

Va, ma non giunge. È brusìo d'ombre vane ch'ode re Enzio, quale in foglie secche notturna fa la pioggia e il vento.

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