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1855–1912

VI

Giovanni Pascoli

E per nove anni ogni anno udì la voce, di su le nubi, delle gru raminghe che diceano - Ara - che diceano - Dormi -; ed alternando squilli di battaglia

coi remi in lunghe righe battean l'aria: - mentre noi guerreggiamo, ara, o villano; dormi, o nocchiero, noi veleggeremo. - E il canto il cuore dell'Eroe mangiava,

chiuso alle genti come un aratore cui per sementa mancano i due bovi. Sedeva al fuoco, e la sua vecchia moglie, la bene oprante, contro lui sedeva,

tacita. E per le fauci del camino fuligginose, allo spirar de' venti umidi, ardeano fisse le faville; ardean, lievi sbraciando, le faville

sul putre dorso dei lebeti neri. Su quelle intento si perdea con gli occhi avvezzi al cielo il corridor del mare. E distingueva nel sereno cielo

le fuggitive Pleiadi e Boote tardi cadente e l'Orsa, anche nomata il Carro, che lì sempre si rivolge, e sola è sempre del nocchier compagna.

E il fulgido Odisseo dava la vela al vento uguale, e ferme avea le scotte, e i buoni suoi remigatori stanchi poneano i remi lungo le scalmiere.

La nave con uno schioccar di tela correa da sé nella stellata notte, e prendean sonno i marinai su i banchi, e lei portava il vento e il timoniere.

L'Eroe giaceva in un'irsuta pelle, sopra coperta, a poppa della nave, e, dietro il capo, si fendeva il mare con lungo scroscio e subiti barbagli.

Egli era fisso in alto, nelle stelle, ma gli occhi il sonno gli premea, soave, e non sentiva se non sibilare la brezza nelle sartie e nelli stragli.

E la moglie appoggiata all'altro muro faceva assiduo sibilare il fuso.

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