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1855–1912

V

Giovanni Pascoli

E per nove anni al focolar sedeva, di sua casa, l'Eroe navigatore: ché più non gli era alcuno error marino dal fato ingiunto e alcuno error terrestre.

Sì, la vecchiaia gli ammollia le membra a poco a poco. Ora dovea la morte fuori del mare giungergli, soave, molto soave, e né coi dolci strali

dovea ferirlo, ma fiatar leggiera sopra la face cui già l'uragano frustò, ma fece divampar più forte. E i popoli felici erano intorno,

che il figlio, nato lungi alle battaglie, savio reggeva in abbondevol pace. Crescean nel chiuso del fedel porcaio fioridi i verri dalle bianche zanne,

e nei ristretti pascoli più tanti erano i bovi dalle larghe fronti, e tante più dal Nerito le capre pendean strappando irsuti pruni e stipe,

e molto sotto il tetto alto giaceva oro, bronzo, olezzante olio d'oliva. Ma raro nella casa era il convito, né più sonava l'ilare tumulto

per il grande atrio umbratile; ché il vecchio più non bramava terghi di giovenco, né coscie gonfie d'adipe, di verro; amava, invano, la fioril vivanda,

il dolce loto, cui chi mangia, è pago, né altro chiede che brucar del loto. Così le soglie dell'eccelsa casa or d'Odissèo dimenticò l'aedo

dai molti canti, e il lacero pitocco, che l'un corrompe e l'altro orna il convito. E il Laertiade ora vivea solingo fuori del mare, come il vecchio remo

scabro di salsa gromma, che piantato lungi avea dalle salse aure nel suolo, e strettolo, ala, tra le glebe gravi. E il grigio capo dell'Eroe tremava,

avanti al mormorare della fiamma, come là, nella valle solitaria, quel remo al soffio della tramontana.

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