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1855–1912

V

Giovanni Pascoli

Poi, la frullana: quella che lavora come quell'altra che disfà le vite: lavora all'ombra, prima dell'aurora. Cade la guazza allora, cade il mite

sonno dal cielo. Un sibilo si sente correre per le praterie fiorite. Dormite il sonnellino d'oro! È gente che falcia; taglia tutto, paleino,

loglio, trifoglio, veccie, timi, mente. Tre volte il prato parve un altro, insino che fu segato: tutto rosso a gli occhi e tutto giallo e tutto gridellino.

Poi mise fuori ciuffi code fiocchi spighe rappe, la nebbia esile e vana, pendule nappe, tremuli balocchi. Ora tutto ha falciato la frullana.

Su la sericcia s'è ammucchiato il fieno, ché dai fossi chiamava acqua la rana. E spesso dalle Panie ora un baleno, come una bocca aperta, alita, e fa

vedere i mucchi: ed ogni volta un treno, lontano, un po' rotola sordo, e sta.

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