E Viola tornò per coglitora, dopo sementa, dal suo zio d'Albiano. Ed ecco, i cardi non cadeano ancora. E dava nel frattempo ella una mano
all'altre donne, e lungo il Rio con esse facea brocche di càrpino e d'ontano. Ora sfogliava le seconde mèsse, dei gelsi, ora segava erba e trifoglio,
che la brinata non gliele cocesse. Perché la bestia dice all'uomo: "Io voglio l'ultime frasche, s'altri ebbe le prime. A me l'avanzo, s'è di te il rigoglio!
Le pigne tu, le pampane io: le cime io, tu le rappe. Io do, se tu mi desti. Fin che c'è verde, non mi dar guaime. Padrone, c'è del verde, che tu pesti.
Menami alle covette della strada, menami un poco nella selva ai cesti: ai cesti ch'ora a tutto ciò che cada, aprono i lor fioretti color carne;
e cade brina, che attendean rugiada". Ed ella andava qualche volta a farne per loro, e qualche volta, ch'era bello, menava là le vaccherelle scarne.
E con loro godeva il solicello di fin d'ottobre, tra i castagni, sotto il re di tutti, un vecchio mondinello. Sotto il re dei castagni, sur un grotto
pieno di musco, si sedea Viola, col gomitolo, i ferri e un calzerotto. E gettava alle bestie una parola, anco un toffo di terra, anco due ghiare
con le sue mosse di canipaiola. Ora un giorno che stava a lavorare sotto il castagno, e che sotto i suoi sguardi pendean le vacche dalle stipe amare,
dei tonfi udì, come se quei bastardi fosser lì con sassetti e con pinelle, chiotti, per darle briga... Erano i cardi. Cadeano giù con le castagne belle
e nere in bocca, che sul musco arsito ruzzolavano fuori della pelle. Udiva; e il gran castagno ecco sul dito le picchiò con un cardo, anzi un pallone,
piccolo, giallo, chiuso. Era un invito: l'albero volea dir la sua ragione. Alzò Viola, come se capisse, gli occhi, poi li voltò: vide un piccone;
vide un'accétta. E il vecchio re le disse: le disse il re:
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