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1855–1912

NOTTE D'INVERNO

Giovanni Pascoli

Il Tempo chiamò dalla torre lontana... Che strepito! È un treno là, se non è il fiume che corre. O notte! Né prima io l'udiva,

lo strepito rapido, il pieno fragore di treno che arriva; sì, quando la voce straniera, di bronzo, me chiese; sì, quando

mi venne a trovare ov'io era, squillando squillando nell'oscurità. Il treno s'appressa... Già sento

la querula tromba che geme, là, se non è l'urlo del vento. E il vento rintrona rimbomba, rimbomba rintrona, ed insieme

risuona una querula tromba. E un'altra, ed un'altra. - Non essa m'annunzia che giunge? - io domando. - Quest'altra! - Ed il treno s'appressa

tremando tremando nell'oscurità. Sei tu che ritorni. Tra poco ritorni, tu, piccola dama,

sul mostro dagli occhi di fuoco. Hai freddo? paura? C'è un tetto, c'è un cuore, c'è il cuore che t'ama qui! Riameremo. T'aspetto.

Già il treno rallenta, trabalza, sta... Mia giovinezza, t'attendo! Già l'ultimo squillo s'inalza gemendo gemendo

nell'oscurità... E il Tempo lassú dalla torre mi grida ch'è giorno. Risento la tromba e la romba che corre.

Il giorno è coperto di brume. Quel flebile suono è del vento, quel labile tuono è del fiume. È il fiume ed è il vento, so bene,

che vengono vengono, intendo, così come all'anima viene, piangendo piangendo, ciò che se ne va.

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