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1855–1912

LA PICCOZZA

Giovanni Pascoli

Da me!... Non quando m'avviai trepido c'era una madre che nel mio zaino ponesse due pani per il solitario domani.

Per me non c'era bacio né lagrima, né caro capo chino su l'omero a lungo, né voce pregante, né segno di croce.

Non c'eri! E niuno vide che lacero fuggivo gli occhi prossimi, subito, o madre, accorato che niuno m'avesse guardato.

Da me, da solo, solo e famelico, per l'erta mossi rompendo ai triboli i piedi e la mano, piangendo, sì, forse, ma piano:

piangendo quando copriva il turbine con il suo pianto grande il mio piccolo, e quando il mio lutto spariva nell'ombra del Tutto.

Ascesi senza mano che valida mi sorreggesse, né orme ch'abili io nuovo seguissi su l'orlo d'esanimi abissi.

Ascesi il monte senza lo strepito delle compagne grida. Silenzio. Ne' cupi sconforti non voce, che voci di morti.

Da me, da solo, solo con l'anima, con la piccozza d'acciar ceruleo, su lento, su anelo, su sempre; spezzandoti, o gelo!

E salgo ancora, da me, facendomi da me la scala, tacito, assiduo; nel gelo che spezzo, scavandomi il fine ed il mezzo.

Salgo; e non salgo, no, per discendere, per udir crosci di mani, simili a ghiaia che frangano, io, io, che sentii la valanga;

ma per restare là dov'è ottimo restar, sul puro limpido culmine, o uomini; in alto, pur umile: è il monte ch'è alto;

ma per restare solo con l'aquile, ma per morire dove me placido immerso nell'alga vermiglia ritrovi chi salga:

e a me lo guidi, con baglior subito, la mia piccozza d'acciar ceruleo, che, al suolo a me scorsa, riflette le stelle dell'Orsa.

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