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1855–1912

L'ORA DI BARGA

Giovanni Pascoli

Al mio cantuccio, donde non sento se non le reste brusir del grano, il suon dell'ore viene col vento dal non veduto borgo montano:

suono che uguale, che blando cade, come una voce che persuade. Tu dici, È l'ora; tu dici, È tardi, voce che cadi blanda dal cielo.

Ma un poco ancora lascia che guardi l'albero, il ragno, l'ape, lo stelo, cose ch'han molti secoli o un anno o un'ora, e quelle nubi che vanno.

Lasciami immoto qui rimanere fra tanto moto d'ale e di fronde; e udire il gallo che da un podere chiama, e da un altro l'altro risponde,

e, quando altrove l'anima è fissa, gli strilli d'una cincia che rissa. E suona ancora l'ora, e mi manda prima un suo grido di meraviglia

tinnulo, e quindi con la sua blanda voce di prima parla e consiglia, e grave grave grave m'incuora: mi dice, È tardi; mi dice, È l'ora.

Tu vuoi che pensi dunque al ritorno, voce che cadi blanda dal cielo! Ma bello è questo poco di giorno che mi traluce come da un velo!

Lo so ch'è l'ora, lo so ch'è tardi; ma un poco ancora lascia che guardi. Lascia che guardi dentro il mio cuore, lascia ch'io viva del mio passato;

se c'è sul bronco sempre quel fiore, s'io trovi un bacio che non ho dato! Nel mio cantuccio d'ombra romita lascia ch'io pianga su la mia vita!

E suona ancora l'ora, e mi squilla due volte un grido quasi di cruccio, e poi, tornata blanda e tranquilla, mi persuade nel mio cantuccio:

è tardi! è l'ora! Sì, ritorniamo dove son quelli ch'amano ed amo.

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