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1855–1912

L'AURORA BOREALE

Giovanni Pascoli

Ai miei primi anni... infermo ero e lontano da tombe amate... udivo dei compagni il suon del sonno, uguale e piano, sommosso da improvvisi lagni;

e, solo, e come chi non sa se giunga mai, traversava con il mio martirio io tutta l'oscurità, lunga, con, sopra, il fisso occhio di Sirio.

E nella notte giovinetto insonne vidi la luce postuma, lo spettro dell'alba: tremole colonne d'opale, ondanti archi d'elettro.

E sotto i flessili archi e tra le frante colonne vidi rampollare il flutto d'un'ampia chiarità, cangiante al palpitare del gran Tutto.

Ti vidi, o giorno che dalla grande Orsa inopinato esci nel cielo, e trovi le costellazioni in corsa dirette a firmamenti nuovi!

Ti vidi, o giorno che su l'infinita via delle nebulose ultime e sole appari. M'apparisti, o vita che splendi quando è morto il sole.

Un alito era, solo, per il miro gurge, di luce; un alito disperso da un solo tacito respiro e che velava l'universo:

come se fosse, là, per un istante, immobile sul sonno e su l'oblio di tutti, nella sua raggiante incomprensibilità, Dio!

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