Roma, o fratelli, non era.
Era un'ondosa vallea.
Solo una lupa errabonda
latrava dall'arce Tarpea:
l'ombra vagava su l'onda,
d'un'aquila nera.
Nelle future tre Rome
rauco tuffavasi il laro.
Qui su l'ondivaga prora,
tra il murmure cupo del Faro,
volto il pilota all'aurora,
diceva il tuo nome...
Italia, il tuo nome, ch'è grido
di nembo che scuote le cime!
che vola e s'immilla!
Italia, tu eri in quel lido,
guardata, com'atrio sublime,
dai cani di Scilla.