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1855–1912

L'ALBERGO

Giovanni Pascoli

Qual ne corse parola oggi per l'aria, alata? Soli, a due, quindi a branchetti, a stormi, nella macchia solitaria giungono muti i passeri, dai tetti

neri tra i salci, dalla chiesa nera tra i pampani, dai borghi al monte stretti per non cadere. È limpida la sera: segnano i boschi un bruno orlo sottile

su le montagne, una sottil criniera. Non garrirà di passeri il cortile, e salutando con le squille sole vaporerà nell'ombra il campanile!

Non i loquaci spettator che suole, avrà sui merli il volo de' rondoni (uno svolìo di moscerini al sole par di lontano sopra i torrioni

del castellaccio); e assorderà le mura mute il lor grido, e i muti erbosi sproni! Giungono sempre nella macchia oscura; frullano, entrano, affondano in un pino:

nel pino solo in mezzo alla radura. Pende un silenzio tremulo, opalino, su la radura: dondolano appena le cavallette il lor campanellino.

Ed ecco nella queta aria serena scoppia un tumulto - l'albero ne oscilla - subito come un rotolar di piena. È il pino, il pino che cinguetta, strilla,

pigola; ogni ago tremola e saltella. Le imposte, per udire, apre una villa. Nella radura quella nera ombrella aerea tumultua... St!... Solo

ora s'ode un ronzìo di cantarella. Che è? Crocchiava un ghiro sul nocciuolo? Secca una pina crepitò? Lontano cantava l'invisibile assiuolo?

Silenzio. Solo il ronzìo grave e piano s'ode in disparte, e qualche cavalletta che scuote il suo campanellino invano. Ma di nuovo quel pino, ecco, cinguetta,

pigola, strilla; e tutta la boscaglia ne suona intorno, mentre l'ombre getta più grandi. Azzurra in cielo si ritaglia ogni cresta dei monti; una vetrata

a mezzo il poggio razza ed abbarbaglia. Dura il frastuono, e par d'una cascata: pare sopra il fogliame ampio e sonoro lo scroscio d'una luminosa acquata.

Sfuma gli alberi neri un vapor d'oro.

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