Or ella va con la canestra in capo, lungo la verde Savena, ai serragli, alle aspre porte, alla città turrita, recando l'uva paradisa, d'oro.
Ora non canta: canta sì la verla; fischiano sì le pispole di passo; anco le rondini: elle vanno in branco dolce garrendo a ripulirsi al fiume.
Vede ella i meli rosseggiar di pomi, vede curvare i peri a terra i rami; l'api bombire, ode ronzar le vespe e i calabroni in mezzo al dolce fico.
Ella non canta, ma le canta il cuore, che c'era un re ch'era di giorno un uomo, ma diventava capougello a sera; volava allora ai boschi ai campi ai fiumi.
E Flor d'uliva lo sapea, ché sempre, sull'imbrunire, qua e là, sentiva parlar più forte, tutti insieme, a gara, perché piatìano innanzi al re, gli uccelli.
In cuore ha il re, ch'ora ha rimesso l'alie, per certo, e vola al regno suo lontano, al suo castello in mezzo al mare azzurro, il falconello, e il cielo empie di gioia.
O forse è là, tra i suoi cavelli d'oro, in mezzo ai conti, ch'hanno il pugno al mento, che dorme per incantamento... E Flor d'uliva giunge al limitare,
all'alte scale del Palagio nuovo; e qui Zuam Toso la sogguarda e dice: "Già t'ho, ricordo, a Santo Zuam, veduta". "Eo son Lucia, ma detta Flor d'uliva,
da Vidaliagla" ella risponde: "sclava non più, misèr, sì libera..." "Va, dunque. Scritto è 'l to nome già nel Paradiso". Ella non sa: monta le scale, ed entra,
da niuno vista, dove alle pareti stanno addossati i muti cavalieri. Stante, in un raggio è fiso il Re, di sole. E Flor d'uliva presso a lui depone
la sua canestra, e scopre dalle arsite pampane i cerei grappoli dell'uva, tacitamente. Ed ha il corollo in capo. Il Re si volge a lei che aspetta e tace,
con sui morati riccioli le rosse pampane; l'uva al piè si vede; e guarda lei. Gli occhi neri scontrano gli azzurri. "Deh! forosella, eo già te vidi 'n sogno,
ch'ero addormito, e tu portasti fiori et erbe e frutta. Et eo sognavo un campo grande, di grano. E da le folte spighe spuntavi, come un flore, tu; vestita
non più che un fiore. E c'era il sole e il vento, e l'ire o stare a suo talento". Re Enzio prende un grappolo dorato, e dolcemente gli acini ne spicca,
zuppi di sole. E poi riguarda e dice: "Apersi gli ocli ma tu plu non c'eri Seppi, qual eri. Io prigionier, tu sclava". E Flor d'uliva: "Ora non plu! Riebbi
la libertà... Non anco vui, meo Sire?" Ed Enzio dice: "Eo m'era il Falconello d'un tempo: aveva il vento tra i cavelli e il sole entorno. Apersi li ocli un tratto:
non c'eri plu..." "Ma sono a vui tornata". Ed Enzio dice: "Or viemmi dietro e taci". E s'incammina ver' la sua cellata: dietro ai suoi passi muove Flor d'uliva:
segue il Re morto, uscito dal lavello, pallido, sì, che v'era da sette anni, et or la schiava va con lui che l'ama. L'ha tanto amato, e notte e giorno ha pianto;
tre notti e giorni sotto l'arcipresso, mescendo a gara, più della fontana. Or è con lui nel grande suo palagio. Nullo divieto i giovani custodi
fanno, per la dolcezza del lor sangue. Dicono: "E noi sediamo a tavoliere". "Ben ha ghermito" dice Bonfiliolo "il falconello il lusignolo".
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