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1855–1912

IX.

Giovanni Pascoli

Or ella va con la canestra in capo, lungo la verde Savena, ai serragli, alle aspre porte, alla città turrita, recando l'uva paradisa, d'oro.

Ora non canta: canta sì la verla; fischiano sì le pispole di passo; anco le rondini: elle vanno in branco dolce garrendo a ripulirsi al fiume.

Vede ella i meli rosseggiar di pomi, vede curvare i peri a terra i rami; l'api bombire, ode ronzar le vespe e i calabroni in mezzo al dolce fico.

Ella non canta, ma le canta il cuore, che c'era un re ch'era di giorno un uomo, ma diventava capougello a sera; volava allora ai boschi ai campi ai fiumi.

E Flor d'uliva lo sapea, ché sempre, sull'imbrunire, qua e là, sentiva parlar più forte, tutti insieme, a gara, perché piatìano innanzi al re, gli uccelli.

In cuore ha il re, ch'ora ha rimesso l'alie, per certo, e vola al regno suo lontano, al suo castello in mezzo al mare azzurro, il falconello, e il cielo empie di gioia.

O forse è là, tra i suoi cavelli d'oro, in mezzo ai conti, ch'hanno il pugno al mento, che dorme per incantamento... E Flor d'uliva giunge al limitare,

all'alte scale del Palagio nuovo; e qui Zuam Toso la sogguarda e dice: "Già t'ho, ricordo, a Santo Zuam, veduta". "Eo son Lucia, ma detta Flor d'uliva,

da Vidaliagla" ella risponde: "sclava non più, misèr, sì libera..." "Va, dunque. Scritto è 'l to nome già nel Paradiso". Ella non sa: monta le scale, ed entra,

da niuno vista, dove alle pareti stanno addossati i muti cavalieri. Stante, in un raggio è fiso il Re, di sole. E Flor d'uliva presso a lui depone

la sua canestra, e scopre dalle arsite pampane i cerei grappoli dell'uva, tacitamente. Ed ha il corollo in capo. Il Re si volge a lei che aspetta e tace,

con sui morati riccioli le rosse pampane; l'uva al piè si vede; e guarda lei. Gli occhi neri scontrano gli azzurri. "Deh! forosella, eo già te vidi 'n sogno,

ch'ero addormito, e tu portasti fiori et erbe e frutta. Et eo sognavo un campo grande, di grano. E da le folte spighe spuntavi, come un flore, tu; vestita

non più che un fiore. E c'era il sole e il vento, e l'ire o stare a suo talento". Re Enzio prende un grappolo dorato, e dolcemente gli acini ne spicca,

zuppi di sole. E poi riguarda e dice: "Apersi gli ocli ma tu plu non c'eri Seppi, qual eri. Io prigionier, tu sclava". E Flor d'uliva: "Ora non plu! Riebbi

la libertà... Non anco vui, meo Sire?" Ed Enzio dice: "Eo m'era il Falconello d'un tempo: aveva il vento tra i cavelli e il sole entorno. Apersi li ocli un tratto:

non c'eri plu..." "Ma sono a vui tornata". Ed Enzio dice: "Or viemmi dietro e taci". E s'incammina ver' la sua cellata: dietro ai suoi passi muove Flor d'uliva:

segue il Re morto, uscito dal lavello, pallido, sì, che v'era da sette anni, et or la schiava va con lui che l'ama. L'ha tanto amato, e notte e giorno ha pianto;

tre notti e giorni sotto l'arcipresso, mescendo a gara, più della fontana. Or è con lui nel grande suo palagio. Nullo divieto i giovani custodi

fanno, per la dolcezza del lor sangue. Dicono: "E noi sediamo a tavoliere". "Ben ha ghermito" dice Bonfiliolo "il falconello il lusignolo".

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