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1855–1912

IL RITRATTO

Giovanni Pascoli

Nel collegio d'Urbino il mio fratello faceva in grande un piccolo ritratto. Quando il già fatto a noi parea pur bello, sotto la gomma il bello era già sfatto.

Tornavamo scontenti alla finestra per guardare, intrecciati alla ringhiera, se una carrozza per la via maestra montava nella pace della sera.

Era pace nei cuori. Era l'esame passato alfine con le sue lunghe ore: tranquillo alfine da piú dì lo sciame ronzava nella nuova arnia maggiore.

Piú grande all'improvviso ogni fanciullo si ritrovava dopo tante acquate; il boccio apriva i petali in un frullo meravigliando che già fosse estate;

e che fosse già colto, anzi, il ciliegio, ma che di rosa si tingesse il melo; che fosse tanto verde oltre il collegio, ch'oltre la scuola fosse tanto cielo.

Si ronzava: non altro. Fra due scuole già chiuse, una di fronte, una alle spalle, nel mezzo c'era l'aria, c'era il sole, odor di timo e voli di farfalle.

Ma nell'ore, piú brevi ma piú lente, di studio, tra due libri, ch'uno troppo sapeva e l'altro non sapea piú niente, stanchi del nostro insolito galoppo,

con tra le mani che sentian di lauro e di busso, le guancie ancor di fiamma, noi pensavamo al nostro bel San Mauro, al babbo atteso d'ora in ora, a mamma...

Se il babbo, a casa, col piú grande ch'era già di liceo, portava anche noi tre!... Era quello, lo studio: una preghiera, prima che al babbo, o Dio presente, a te!

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