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1855–1912

IL RITORNO

Giovanni Pascoli

E prese, con un grande urto dei remi terra la nave: e gl'incliti Feaci ne levarono prima alto l'eroe, e su la rena del sonante mare

lo posero. E dal sonno era domato. Trassero quindi i tripodi squillanti e i lebeti di bronzo ed i talenti d'oro, ed al ceppo del frondoso olivo

li posero in un mucchio. Era nell'ombra notturna la lor cauta opera e il loro tacito andare; ma nel cielo apparso già era il mattutino astro, il più bello

degli astri, e ardeva su l'eroe dormente. L'eroe dormiva, e non sapea più nulla dei molti affanni che patì nel cuore; e dal suo mite sonno era lontano

il fragor di battaglie e di tempeste. Ma non lontano il murmure d'un fonte, dell'Aretusa, e non lontano l'antro delle ninfe e dell'api, ove le ninfe

tessean notturne su' telai di pietra, mentre pendean tra l'anfore e i crateri, grappoli, con ronzii sùbiti, d'api. E i longi-remi marinai Feaci

salian la nave; indi a gli scalmi in fila sedean, tornando all'isola felice: nel tacito crepuscolo cantando battean co' remi il violaceo mare;

e dalla spiaggia lontanava il canto tra l'alternare delle larghe ondate. Cantavano... O gran mare, che là gemi

su la spiaggia che tu baci, che qui piangi sotto i remi de' Feaci;a op oòp... op oòp...

dorme... venne di lontano; dorme... è stanco; dorme... è vecchio; piano cantagli all'orecchio, piano piano

muovi la sua culla.. Tu che piangi là soave su chi giunge alla sua terra, che qui dondoli la nave

di chi erra; op oòp... op oòp... non gli dir col tuo frastuono che già fuma un casolare:

buono è il sonno, o insonne mare! buono! buono! dolce come il nulla. Non gli dire, eterno mare,

ch'egli è giunto... op oòp... ... di lontano ... stanco... vecchio...

piano piano muovi la sua culla! Dolce... errare op...

dolce... il nulla. E il dolce canto s'annullò nell'aria; né più cantò che il mare sulla spiaggia con lo sciacquare dell'eterne ondate.

E presso il cuore d'Odisseo dormente, gemeva il fonte d'Aretusa, noto alla sua cara fanciullezza estinta. E nell'antro sonava il sottil fischio

delle spole immortali, e il lento tonfo degli immortali pettini: le ninfe tessean tuttora su' telai di pietra. E nell'olivo grande, alto, fronzuto,

errava qualche squittinio d'uccello che s'era desto; e qualche arguta stilla gocciava su le nere alghe del lido: ché la nebbietta, a ritardare il giorno,

dai cupi botri qua e là fumava, simile a placido alito di sonno. E l'eroe si svegliò. Sobbalzò tetro ai primi raggi che di tra la nebbia

uscian, dell'alba; e tutto era mutato; e tutto gli mostrava altri sembianti: le lunghe strade ed i tranquilli approdi, e le rupi scoscese e i casolari

da cui s'alzava, sfaccendando, il fumo. E i peri e i meli gli fiorian diverso da quel che, assenti, nella sua memoria, gli avean per dieci e dieci anni fiorito

perennemente. E non udì nell'antro stridere lievi i pettini e le spole delle sue ninfe, ed a' suoi piedi invano gli narrava i suoi primi anni Aretusa.

Stette e guardò la patria terra, e disse: Ahimè! Che terra è questa? di qual gente? Oh forse, che ignora il bene e che gli dei non teme!

Ad altra terra i così pii Feaci m'hanno condotto, e sì dicean, gl'ingiusti, di riportarmi ad Itaca serena. Zeus li punisca! Or dov'io vado? e dove

quelle molte ricchezze ora nascondo? Ma ch'io le conti, che non forse alcuna ne portin entro l'incavata nave. Disse, e contava i tripodi squillanti

e i lebeti di bronzo, ed il molt'oro e, meraviglie de' telai, le vesti. Nulla mancava. Ed ora egli cercava la patria terra, e la piangeva, errando

lungo la spiaggia del sonante mare. O mia culla sorgente dal mare, mio nido sospeso alla rupe, te dunque non debbo trovare

mai più? Pergamo, Pergamo, ardeva nel cielo corusco. Là, rosso di sangue, nell'atrio

del re, tra le fiamme, tra gli ululi e i rantoli, udivo il sussurro del patrio mio fonte scorrente sul musco. Sui vortici, gli ululi e i rantoli,

l'idolo d'Elena Argiva! Ne volsi lo sguardo, ché udiva, lontano sì, meno pur d'Elena, un canto

di note parole tra un murmure vano di pettini e spole. Io vidi la casa di Circe

guardata da mansi leoni, sublime, marmorea, coi troni d'argento. Io dissi: O mia casa! O mia casa

che scricchioli al vento! col logoro tuo limitare, dov'Argo s'adagia, fiutando nel mare! La dea della notte,

perché mi cadesse il ritorno dal cuore, mi diede un suo manto tra cui non si muore.

Ma io lo bagnava, ogni giorno, di pianto. Mi disse: - Immortale sarai, se rimani... - Morire!

ma nella mia terra! morire! vedendone, lungi, le spire del fumo che sale. Egli piangeva, e stava ora a lui presso

un'altocinta vergine ricciuta, che, rosea sorta al rosseggiar del giorno, alla sempre corrente acqua veniva della fontana. Ella portava in capo

un suo canestro di dedalei vinchi, con le vesti de' floridi fratelli, belle, e le sue; ché le pendea nel cuore il dì pensoso delle nozze, quando

e pure vesti ella indossar doveva e pure a quelli del corteo fornirle. Stette presso l'ignoto uomo, e gli disse: Ospite piangi? Gran pietà, chi piange

su l'alba il pianto ch'alla sera è sacro. Dimmi? Qual suona il nome tuo? Nessuno. Chiedi il mio chiaro nome? Ecco, Nessuno!

Nessuno, e quando qui giungesti, e come? Giungere a terra che dall'acque è cinta, non si dà che per nave, a chi non abbia un remeggio di bianche ali di cigno...

Tu, anzi, dimmi, né mentirmi accorta, qual terra è questa, che dall'acque è cinta? buona non già, né grande: aspra e selvaggia; deserta, senza voci, odo, di vita.

Diceva, e un improvviso ululo acuto da boschi e botri si levò, di ninfe; e dei torrenti risonò lo scroscio. E il grande olivo, con un frullo lieve,

versò nell'aria un pigolìo d'uccelli. E uscian dall'antro al nuovo sol ronzando l'api, volando al murmure del fonte. E i meli, al mattutino urto del vento,

piovvero i bianchi petali dei fiori. Itaca! L'isola mia poverella ha l'aure limpide, fertili l'acque. Non infinita... forse, ma bella

per chi vi nacque. Itaca? Ripida, forse; ma s'apre il croco e l'iride sotto i suoi rovi.

A monte, a valle, belano capre, mugliano bovi. Itaca? E il fragile grano vi mesce

l'oro alla porpora varia degli orti. È aspra, dici? Forte: e ci cresce giovani forti. Itaca? E tu volesti ora mentirmi!

Quello che tremola d'alberi, Nérito è, pieno di timo. Quando si torna nell'isola, Nérito corre per primo,

roseo d'un raggio d'aurora, verso la pallida prora. Quello? ov'erravo da cieco, ove, seguendo il mio grido,

prendere il garrulo nido volli dell'Eco? Quello ov'è tutto quel bianco d'alberi lunghi e fiorenti...

v'abita un vecchio re stanco, ch'erra sul lido, tra i venti: dicono, voglia contare l'onde del mare...

Quelli? son gli alberi grandi, quelli che, padre, mi desti? Questo, se forse domandi, fonte, a cui lavo le vesti

ora, per ciò che non sai... è l'Aretusa... Non mai! Questo? quel fonte sì limpido,

dove scendevo per bere, stanco di caccia? E nel cerulo mare, qua bianche, là nere vele vedevo, seduto

presso il suo strepito arguto. L'acqua del fonte loquace, l'onda dei mari lontani, meco parlavano: - È pace

qui! sono dolce! rimani! - Vieni; qua freme la vita! Sono infinita! Ospite, prima ch'io l'intorbi, guarda

se non è dunque limpida quest'acqua! Al fonte arguto s'appressò l'eroe, e vide sé nel puro fior dell'acque. Arida vide la sua cute, vide

grigi i capelli e pieni d'ombra gli occhi; e la fronte solcata era di rughe, curvo il dosso, né più molli le membra. Vide; e rivide ciò che più non era:

sé biondo e snello, coi grandi occhi aperti. Rivide nella stessa onda, e compianse, la sua lontana fanciullezza estinta. Ma la fanciulla già nell'acqua pura

ponea le vesti e le tergea; cantando, ma d'ora in ora; poi ch'il dì pensoso delle sue nozze le pendea nel cuore. E presso la sonante opera accorta

della fanciulla, il reduce Odisseo tutto conobbe, poi che sé conobbe; ed alla patria protendea le braccia: Io era, io era mutato!

Tu, patria, sei come a quei giorni! Io sì, mio soave passato, ritorno; ma tu non ritorni... Chi su la rama, fiore, ti coglie,

t'ama o non t'ama? - Dimmelo tu! Qualcosa, la nebbia, che muore, tra gli occhi e le cose che amai

fa ch'ora riveda il mio cuore ciò ch'ei non riviva più mai... Fiore, se perdi l'esili foglie, le metti più?

- Mai più! Mai più! E le ninfe divine, anime verdi d'alberi, cristalline anime d'acque, avean pietà del vecchio eroe, che pianse

quando non vide, e pianse quando vide. Coi vecchi nostri canti che sai, voci di cose piccole e care, t'addormiremo, vecchio; e potrai

ricominciare. E quando il mare, nella tua sera, mesto nell'ombra manda il suo grido, sciogliere ancora potrai la nera

nave dal lido. Vedrai le terre de' tuoi ricordi, del tuo patire dolce e remoto: là resta, e il molto dolce là mordi

fiore del loto. Sarai qui presso. Rotto il tuo remo sopra il tuo capo stanco sarà. Sul tuo sepolcro noi canteremo

la tua lontana felicità.

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