Roma dormiva. Uno vegliava, un Geta
gladiatore. Egli era nuovo, appena
giunto: il suo piede, bianco era di creta.
L'avean, col raffio, tratto dall'arena
del circo; e nello spoliario immondo
alcun nel collo gli aprì poi la vena.
Rantolava; il silenzio era profondo:
il cader lento d'una goccia rossa
solo restava del fragor del mondo.
Ma d'uomini gremita era la fossa
in cui giaceva. All'occhio suo, tra un velo,
parea scoprirne e ricoprirne l'ossa.
Ed era solo, e l'uomo che col gelo
lo pungea di sua cute, più lontano
gli era del più lontano astro del cielo;
più della terra sua, più del suo piano
lunghesso l'Istro, e de' suoi bovi ch'ora
sdraiati ruminavano pian piano,
e de' suoi figli ch'attendean l'aurora,
piccoli nella lor nomade cuna,
e del suo plaustro, ch'era sua dimora,
là fermo e nero al lume della luna.