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1855–1912

III

Giovanni Pascoli

Roma dormiva. Uno vegliava, un Geta gladiatore. Egli era nuovo, appena giunto: il suo piede, bianco era di creta. L'avean, col raffio, tratto dall'arena

del circo; e nello spoliario immondo alcun nel collo gli aprì poi la vena. Rantolava; il silenzio era profondo: il cader lento d'una goccia rossa

solo restava del fragor del mondo. Ma d'uomini gremita era la fossa in cui giaceva. All'occhio suo, tra un velo, parea scoprirne e ricoprirne l'ossa.

Ed era solo, e l'uomo che col gelo lo pungea di sua cute, più lontano gli era del più lontano astro del cielo; più della terra sua, più del suo piano

lunghesso l'Istro, e de' suoi bovi ch'ora sdraiati ruminavano pian piano, e de' suoi figli ch'attendean l'aurora, piccoli nella lor nomade cuna,

e del suo plaustro, ch'era sua dimora, là fermo e nero al lume della luna.

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