Disse Panthide: "Ospite, ho cinque figli molto lodati, come sai: Zelòto il primo: Argeo, buono alla lotta, eppure fiorito appena di peluria il labbro,
l'ultimo: è questi ora su l'Istmo, ai giochi. Lachon, ascolta. Ieri udii, su l'alba, un grido in casa, un fievole vagito che mi chiamava al talamo del figlio
più grande. Andai. Vidi una luce: un uomo novo fiammante! E con le sue manine egli annaspava come a dire - O vedi ch'io l'ho pur qui la lampada di vita
accesa a quella ch'alla tua s'accese! Più non è danno se la tua si spenge. Son io Panthide. Puoi partire, o nonno! - Parlato ch'ebbe, egli movea le labbra
come assetato... E io dovrei tutt'ora tener le labbra al pispino del fonte, vietando io vecchio al mio novello il bere? gli dovrei forse intorbidar la polla?
Io parto. E, come io sono lui, non muoio". E Lachon disse: "Oh! io vorrei che un poco la piccoletta fiaccola negli occhi miei balenasse! Oh! io vorrei per poco
con la mia mano ripararle il vento! vorrei, seduto per qualche anno al fonte di vita, senza berne più che un sorso, vorrei vedere quella rosea bocca
arrotondarsi sul bocciuol materno! Ospite, io credo, più di me tu muori". Tacquero intenti a udirsi, dentro, l'inno del lor respiro, onda che viene e onda
che va, seguite da un pensiero immoto. Le mietitrici avean ripreso il canto tra l'orzo biondo, e risonava al canto l'aspro citareggiar delle cicale.
E disse Lachon: "Troppo bella, o sacra isola Ceo! Chi nacque in te, che volle morire altrove? Ma sei poca a tanti!" A cui Panthide: "Poca sì... ma Delo
appena morti i figli suoi bandisce. Partono i morti dalla sacra Delo sopra la nave nera, esuli, e vanno mirabilmente pallidi, sul mare,
alla Rhenèa dove non son che morti; e sole capre e pecore selvaggie belano errando sopra il lor sepolcro". Lachon pensava e su la palma il capo
reggea dubbioso. "Io mi ricordo" ei disse "un inno udito, ora è molt'anni, in Delfi, lungo l'Alfeo: Siamo d'un dì! Che, uno? che, niuno? Sogno d'ombra, l'uomo!" L'ombra
di lui teneva su la palma il capo: pensava, a piè dell'albero; e vicine stridere udiva l'ombre delle foglie.
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