Ed ora è ancora, l'esile fanciulla,
quella che fu. Tutto le par novello.
Ancor non parla: canta; e non sa nulla.
Tutto è fanciullo, tutto è suo gemello,
nato con lei; perciò le piace, e l'ama;
e perché l'ama, è così buono e bello!
Ell'è terrena verginetta grama,
ma il sole è pure della sua famiglia;
e quando va, lo piange e lo richiama.
Sbocciano, dopo, sotto oscure ciglia
occhi ridenti. Sono le sue suore;
tutta la notte ella con lor bisbiglia.
Qualcuna scende fino a lei: ne muore.
Ma le ritrova in mezzo alle corolle,
essa, dei fiori, ancor tremanti il cuore.
Tra fiori e fiori, in cielo e in terra, molle
di guazza anch'ella, muove tra il frastuono,
de' quattro fiumi, all'ombra del bel colle.
È il tempo primo, il primo tempo buono,
ch'è buona anche la Morte che deforme
segue la vita come l'eco il suono.
Buona anche lei, la nera ombra senz'orme,
la vecchierella che sa dir le fole,
trista bensì, ma che con quelle addorme!
Ognun la schifa. E la fanciulla suole,
benché la tema, esserle pia: s'attarda
spesso a sentire lunghe sue parole:
- C'è buio, sì. Non c'è che un lume, ch'arda.
Son io la guida del meandro vano;
io cieca. E brutta... Non guardarmi! Guarda
solo il lumino. Io vo con quello in mano. -