Col manipello delle spighe in capo torna la schiava. Tra i capelli neri ha paglie e reste e foglie di rosette che paion ali rosse di farfalle.
"Va', Flor d'uliva, va' con le mie figlie, monta sul pero, monta sul ciriegio. Domani viene San Zuanne e vuole le prime pere e l'ultime ciriegie.
Le porterete in piazza di Bologna coperte con le pampane di vite". "Va', Flor d'uliva, va' con le mie nuore, cava nell'orto l'aglio e le cipolle.
Per San Zuanne chi non compra l'aglio, per tutto l'anno non arà guadagno. Prendi la maggiorana e petroselli, la camomilla e spighe di lavanda".
"Va', Flor d'uliva, va' con la cognata per medesine e benedizioni: foglie di nose e flori di pilatro, vesiche d'olmo e fiori di sambuco.
Nell'acquastrino prendi le ramelle del salcio d'acqua detto l'agnocasto". Va Flor d'uliva, torna va ritorna, ma lieta in cuore, che vedrà domani,
vedrà Bologna e le sue grandi torri; e canta... E per le spalle a mo' de l'onde scorrèn le longhe ciocche blonde... Domani è il Santo delle innamorate.
Siedono su le panche le pulzelle. Son li amadori a' loro piè col mento sopra le mani, e i gomiti sull'aia. Gli occhi guardano, palpitano i cuori:
palpitano le lucciole nel buio. Parlano e dànno in lievi risa acute; fanno le rane prova di cantare. Ma Flor d'uliva siede in terra e intreccia
le lunghe reste; ch'ella non ha drudo. Le code intreccia, e mette, ad ogni volta data alle code, un capo d'aglio nuovo; ma gode in cuore, ché vedrà le torri,
che in una torre c'è una caiba, e, dentro, re Falconello, le catene d'oro, i ceppi d'oro, anche i cavelli d'oro. I lunghi pioppi scotono le vette:
son li aierini che vi fan la danza. I barbagianni soffiano dai buchi: son le versiere che ansimano andando. La guazza cade: è ora di partire.
Partono i drudi, per non far incontri. Cade la guazza, che fa bene e male. Rincasan ora le pulzelle; ancora la schiava è là, sola con li aierini
che si dondolano... Oi bel lusignolo! canticchia: torna nel meo broilo!... Non vanno a giro omai che le versiere; vanno alle case dove è un lor fantino;
il lor fantino nato da sette anni in questa notte, ch'era San Giovanni. Chiamano all'uscio. Stesi sulle siepi son fascie e teli, a prendere la guazza;
e li aierini passano soffiando sui bianchi teli, sulle bianche fascie, tremanti al soffio. Qua e là nell'aie muoiono i fuochi crepitando appena.
È mezzanotte, l'ora che al sereno prende virtù l'erba, la foglia, il fiore, e l'olio chiuso nelle borse d'olmo, e il ramo puro, il ramo d'agnocasto.
Ora il tesoro ch'è sotterra, sboccia, fiorisce un tratto, e subito si spegne. Ora si trova l'erba che riluce, che fa vedere ciò che fu sepolto.
Ora si vede al lume di tre lumi chi è lo sposo a cui dormire accanto. Ora nei trebbi, incerte del cammino, sostano un poco insieme le versiere.
A li aierini chiedono la strada, e li aierini ridono. Ma ecco, di qua di là, lente tra il sonno e piane, ton, ton, suonano le campane.
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