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1855–1912

II

Giovanni Pascoli

Oh! se la notte, almeno lei, non fosse! Qual freddo orrore pendere su quelle lontane, fredde, bianche azzurre e rosse, su quell'immenso baratro di stelle,

sopra quei gruppi, sopra quelli ammassi, quel seminìo, quel polverìo di stelle! Su quell'immenso baratro tu passi correndo, o Terra, e non sei mai trascorsa,

con noi pendenti, in grande oblìo, dai sassi. Io veglio. In cuor mi venta la tua corsa. Veglio. Mi fissa di laggiù coi tondi occhi, tutta la notte, la Grande Orsa:

se mi si svella, se mi si sprofondi l'essere, tutto l'essere, in quel mare d'astri, in quel cupo vortice di mondi! veder d'attimo in attimo più chiare

le costellazioni, il firmamento crescere sotto il mio precipitare! precipitare languido, sgomento, nullo, senza più peso e senza senso.

sprofondar d'un millennio ogni momento! di là da ciò che vedo e ciò che penso, non trovar fondo, non trovar mai posa, da spazio immenso ad altro spazio immenso;

forse, giù giù, via via, sperar... che cosa? La sosta! Il fine! Il termine ultimo! Io, io te, di nebulosa in nebulosa, di cielo in cielo, in vano e sempre, Dio!

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