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1855–1912

I

Giovanni Pascoli

Ed il timone al focolar sospese in Itaca l'Eroe navigatore. Stanco giungeva da un error terreno, grave ai garretti, ch'egli avea compiuto

reggendo sopra il grande omero un remo. Quelli cercava che non sanno il mare né navi nere dalle rosse prore, e non miste di sale hanno vivande.

E già più lune s'erano consunte tra scabre rupi, nel cercare in vano l'azzurro mare in cui tuffar la luce; né da gran tempo più sentiva il cielo

l'odor di sale, ma l'odor di verde: quando gli occorse un altro passeggero, che disse; e il vento che ululò notturno, si dibatteva, intorno loro, ai monti,

come orso in una fossa alta caduto: "Uomo straniero, al re tu muovi? Oh! tardo! Al re, già mondo è nel granaio il grano Un dio mandò quest'alito, che soffia

anc'oggi, e ieri ventilò la lolla. Oggi, o tarda opra, vana è la tua pala". Disse; ma il cuore tutto rise accorto all'Eroe che pensava le parole

del morto, cieco, dallo scettro d'oro. Ché cieco ei vede, e tutto sa pur morto: tra gli alti pioppi e i salici infecondi, nella caligo, egli, bevuto al botro

il sangue, disse: "Misero, avrai pace quando il ben fatto remo della nave ti sia chiamato un distruttor di paglie". Ed ora il cuore, a quel pensier, gli rise.

E disse: "Uomo terrestre, ala! non pala! Ma sia. Ben ora qui fermarla io voglio nella compatta aridità del suolo. Un fine ha tutto. In ira a un dio da tempo

io volo foglia a cui s'adira il vento". E l'altro ancora ad Odisseo parlava: "Chi, donde sei degli uomini? venuto come, tra noi? Non già per l'aere brullo,

come alcuno dei cigni longicolli, ma scambiando tra loro i due ginocchi. Parlami, e narra senza giri il vero".

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