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1855–1912

FAVOLA DEL DISARMO

Giovanni Pascoli

Il mandriano dell'Aràm riposa. È questa l'ora che ciò ch'era in cielo di nubi fosche, trascolora in rosa: l'ora, che appressa ciò ch'è lungi: un velo

vela il presente, un raggio è sul passato; ombra al deserto, luce sul Carmelo: l'ora, o pastore del deserto ombrato, che al tuo ricordo appressa ciò ch'è morto,

ed al tuo sonno ciò che non è nato. Tu dormi: è pace. Ma qual urlo è sorto rauco dall'ombra? Oh! tu dormi. Le fiere bevono insieme a non so qual Marmorto;

scesero a bere acqua di pace, a bere acqua d'oblìo. Perciò non temi: un'onda sola è comune a tigri ed a pantere. Bevono: veglia la pupilla tonda,

mentre le lingue rosse come brace leccano l'acqua che dal muso gronda. Pastore errante, e tu non vegli: è pace: ogni belva disarma ora gli unghioni,

disarma l'odio del suo cuor pugnace... No! veglia veglia! accendi i fuochi, i buoni fuochi, in cui grande è l'umile virgulto! Non senti come un brontolìo di tuoni?

Un bramito, un grugnito ed un singulto di sangue: voci d'ira irrequiete: ed ecco arde la rissa, arde il tumulto, la guerra! Nelle cupe ombre segrete

arde la guerra: l'acqua della gora non è bastata a tutta quella sete. Ora, silenzio. Ma tu veglia ancora, nutrisci il fuoco buono ed infinito;

veglia ed aspetta il raggio dell'aurora! Qualcuno viene; solo uno: fuggito o vincitore? Tacquero le iene. Un urlo tuona; solo, ma ruggito;

ed è sol uno, ma leon, che viene.

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