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1855–1912

EPISTOLA

Giovanni Pascoli

L'avrò dunque una gaia giovinetta che meco dorma sotto d'un lenzuolo, che quando trilli in ciel la lodoletta mi bisbigli ch'è stato il rosignolo?

Par ch'io la senta come già levata desti la casa, e un canzoncino spicchi tra l'assiduo fruscìo della granata e l'argentino acciottolìo dei bricchi.

Cara! io qui gusto il sonnellin dell'oro mentre ella assesta tutte le ciabatte; scende, schiude, va, viene. - Uomo, al lavoro! - L'angelus suona e il sole ai vetri batte.

Così mi levo ed ho la fantasia a' campi. Vanno a sciami contadine al mercato cinguettando per via, e chiocciano dalle aie le galline.

Il molin romba; e strisciano zirlando le rondinelle sulle bianche ghiaie. Sul greto, più lontano, a quando a quando sciabordano in cadenza lavandaie.

E tu pur anche, o mia Nausicaa bella, tessi, ed anche tu fili, anche tu lavi, pel che, quando ti vidi reginella della tua casa, tu m'innamoravi.

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