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1855–1912

ASTOLFO

Giovanni Pascoli

Lo rivedo il marmoreo palazzo delle gronde vocali al lume della luna; ed un rombazzo v'odo ancor oggi d'ali,

v'odo un festoso strascichio di gonne, v'odo un clangore arguto di spade, gaie risa odo di donne, e il canto del leuto;

or come allora. Allor dalle aie i cani abbaiavano al vento: e vedevi di pioppi, olmi ed ontani tutto un torneamento.

Ma poscia, un tratto che pendeva all'Orsa cheta la luna appresso, e gli alberi affannati dalla corsa palpitavan sommesso,

in quella ch'io piangea l'amor mio bello che m'ha beato e ucciso, scoppiava nel silenzio uno stornello dolce come un sorriso...

Tu sul caval del paladino errante, che per aria galoppa, nano gentile dal cappel sonante allor saltasti in groppa.

Il rosaio fremeva a l'albaspina d'uno stupor tranquillo, quando si scosse dalla tua testina un saluto e uno squillo.

Pispigliavan le rose: Oh! la regina del Catai si fa sposa. Angelica, gemeano i fiordispina, là, nel Catai, riposa;

riposa in pace; e non cred'io che un gaio sogno d'amore e' sia: cadon le stille, sibila il rovaio; è un sogno di follìa!

Quando, di marzo, il plenilunio piove sogni ed influssi d'oro, s'avvian gli erranti per le cerche nuove coi grandi antiqui loro:

ad atrii ignoti sostano; i bordoni posano accanto all'arpe. C'è un viavai di dame e di baroni, lampo di veli e sciarpe;

piantato d'aste e di pennoni è il campo con lunghe ombre di cocchi, e, sparse intorno, le corazze un lampo sprizzan d'acciaio agli occhi.

Empiono intanto dame e cavalieri la notte di sussurro, e là bianche chinee, bianchi destrieri bevono al lago azzurro.

Ma noi mendichi intorno a un'abetaia intera ci s'assetta, e si ride e si ciancia a quella gaia fiammata che scoppietta;

noi si ride e si ciancia, e ci trabocca di fiera gioia il cuore, se una favola industre esce di bocca al buon novellatore.

O dedalei poemi onde il sonoro ritmo che il cor ritenne somigliava un trottar di Brigliadoro per le fatate Ardenne!

come sentivo di passar per alti silenzi di verzura, su cui d'un tratto campeggiavan spalti grigi e muscose mura!

O bianca nube, stormi d'alcioni fluttuanti lontano; o bianchi veli, o rosee visioni che ho perseguite invano!

Oh! poi che all'una delle fonti io bebbi il caldo dell'amore, e, all'improvviso rifluire, io m'ebbi posta la mano al cuore,

cuor palpitante d'ombre cupe e raggi, qual nuvolaglia a sera; spronai, fanciulla, per sentier selvaggi la mia speranza altera;

l'altero amor, tra l'ombre e le morgane nel silenzio e il sussurro pel monte e il pian guadando le fiumane guadando il cielo azzurro,

io spronai: verso te lanciai Rondello ch'al piè del nembo ha l'ale, e Brigliadoro che va qual vascello gonfio di maestrale,

scossi le briglie a Rabican che i laghi col piede asciutto sfiora, e il fianco strinsi ad ippogrifi e draghi... ma non t'ho giunta ancora.

Qual mai tempesta portati? qual dio volo ti dà leggero più di Rondello e Rabican, del mio cuore, del mio pensiero?

perché m'accenni della man fuggente, perché rivolgi il viso, ridi e dilegui luminosamente nel lampo del sorriso?

Dilegui, e l'ombre calano, ed io sento un brusìo d'acque ignote, e ascolto appena il crepito onde il vento le foglie morte scuote;

mentre il cavallo piega le ginocchia lente nel reo cammino, di qualche pina il suono odo che crocchia su nel silvestre pino.

Crescono l'ombre ed il silenzio sulla terra, nel ciel, nel cuore mio, per tutto. Che grigia landa brulla questa dove il sol muore!

In faccia a me scintillano le pozze d'un ghigno ultimo, orrendo, poi verdi e gravi sotto l'alghe rozze s'adagiano dormendo.

Mi si arresta il corsier, mentre rimango irresoluto e solo: le salde zampe guazzano nel fango, fiutan le nari il suolo.

Cessò sui vepri e sui ginepri l'izza della cicala adusta, né più da' cardi crepitanti schizza la fragile locusta.

Or s'è levato in mezzo del tranquillo piano il lamento eterno della rana che rantola e del grillo che trilla in suon di scherno.

All'orizzonte la vermiglia frangia che cingea la campagna bigia, in un vallo basso ora si cangia di livida montagna.

E il vallo basso e plumbeo mi serra il cielo intorno via più, quanto più la desolata terra s'apre alla vista mia.

O patria! o casa piena di bisbigli e d'ombre rosee! In faccia lieti le stanno i sicomori e i tigli e il gelsomin l'abbraccia;

oh! le aurate fantasime di gloria cadono, nebbie vane; s'io ne vedo apparir nella memoria le verdi persiane,

se tra que' bossi accorra a me, la fiamma della sorpresa in viso e della gioia... Quai lagrime, o mamma, t'innondano il sorriso!

Come somiglia la tua gioia al pianto di noi; come alla morte il tuo pallore! Della casa intanto non stridono le porte;

non s'apre ogni finestra con giocondo émpito di battenti, non vedo a ognuna comparire un biondo capo che a me s'avventi

augurando. Addio patria! Sulla muta landa, improvviso romba uno stormo che migra e che saluta con un clangor di tromba.

Suona un lieto clangor nelle profonde solitudini. È il lento stuol delle gru che verso ignote sponde va tra la notte e il vento.

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