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1855–1912

ANTÌCLO

Giovanni Pascoli

L'alta città divampava in un vortice rosso di fiamme, sotto la pendula nebbia d'un gran plenilunio d'oro. Erano morti gli eroi: da le torri gli Achei ne le fiamme or ne gettavano i figli e portavano al mare le donne:

e ne la notte serena, passando con ululi lunghi, d'Ilio con quelle al Sigèo rotolavano i carri da guerra. Ma non il Dolope Antìclo giungeva a le Porte Sinistre dalla città: nel cavallo d'Epèo v'era entrato nel giorno:

ora l'auriga attendeva il suo pròmaco, il carro la preda sotto del faggio; ma il carro era vuoto, l'auriga era solo, ed i cavalli legati con le abili redini al tronco, sangue odorando più là, sobbalzando al guizzar de le fiamme

spesso nitrivano al vento, e scavavano il campo con l'unghia. Ma non Antìclo tornò; ché ferito dal frassino grave presso la casa giacea di Deifobo. Dentro la casa orrido fremere d'uomini e strepere chiaro di ferro;

ché ne la casa gli eroi già venuti coi mille vascelli, Locri, Aspledonii, Focei, Cefalleni, Mirmidoni, Abanti, i domatori Troiani e gli Achei corazzati di bronzo, si percotevano ancora con l'aste, per Elena Argiva.

Ma non Antìclo: ei giacea nel suo sangue, vicino a la soglia, cupido ancor de la voce che l'anima già gli sommosse dentro il cavallo d'Epèo, dove stavano i principi d'Argo, l'uno de l'altro sentendo l'anelito breve ne l'ombra.

Ecco, allorquando il brusìo de la turba vanì, che nel giorno era durato a l'intorno con pallidi cori di donne, simili a canti che loro giungessero ombrati dal sonno; quando gli Achei palpitavano già d'ogni piccola pesta,

ecco che a tutti una voce, la voce più dolce che niuna, come a ciascuno sol una, arrivò de la donna lontana. Era la donna lontana, che dolce chiamava per nome, l'un dopo l'altro, gli eroi, sommovendone l'anima stanca.

Ed in un palpito ognuno, in un émpito ognuno si mosse o per uscir da l'agguato o rispondere alate parole; quando Odisèo li frenò; ma Antìclo la bocca ad un grido subito aprì, che morì sotto il grave calcar de la mano

del glorioso Odisèo che gli disse, anelando, a l'orecchio: «Pargolo! è Elena questa, è Elena Argiva, la Morte!» Elena tacque e partì; ma Antìclo restò con la voce della sua donna lontana nel mezzo a la rete del cuore.

Quando coi principi uscì, nereggiante di collera il cuore, arse, distrusse, scannò; giù, nelle fumanti rovine egli avventò, con gl'infanti, i lebeti ed i tripodi intatti, spinse tra candidi seni di vergini, immemore, il ferro,

ché tra le grida e i singulti ed i rantoli e il fragor d'armi, desiderava una voce, la voce più dolce che niuna. Ora sentendo la vita fuggir con lo squallido sangue, nell'angiporto di Troia, pensava a la ricca sua casa,

dove la donna filava una soffice spuma di lana, oltre molt'onda di mare, di là da molt'ombra di monti. Ecco, e la casa avvampò, di Deifobo. Vide il guerriero al balenar de le fiamme un eroe da la testa chiomata;

e lo chiamava per nome, e gli disse le alate parole: «Odi, Elefénore! va dal potente ne l'urlo di guerra figlio d'Atrèo: va, digli che fugge ad Antìclo la vita rapida, simile a vino che fugga da rotto cratere.

Digli che muoio per lui; che nel cuore mi sta la mia donna, ch'oltre molt'onda di mare, di là da molt'ombra di monti, fila ne l'alta mia casa una soffice spuma di lana. Che la sua voce n'intenda, una voce, per l'ultima volta!

Mandi, se muoio per lui, la divina Tindaride, e faccia ch'anco mi suoni a l'orecchio la voce più dolce che niuna!» Disse, ed il Calcodontiade Elefénore entrò ne la casa che come fiaccola ardeva, e trovò l'incolpabile Atride,

e lo chiamava per nome e gli disse le alate parole: «Figlio d'Atrèo, mi ti manda un guerriero cui fugge la vita rapida, simile a vino che fugga da rotto cratere. Sappi che muore per te; che nel cuore gli sta la sua donna

ch'oltre molt'onda di mare, di là da molt'ombra di monti, fila ne l'alta sua casa una soffice spuma di lana; che la sua voce ne intenda, una voce, per l'ultima volta! Manda, se muore per te, la divina Tindaride, e faccia

ch'anco gli suoni a l'orecchio la voce più dolce che niuna!» Disse: assentiva l'Atride, il potente ne l'urlo di guerra. Ecco ed Antìclo morìa ne l'oscuro angiporto di Troia, ecco e veniva ver lui con un tacito passo di sogno

Elena. Intorno le ardeva in un vortice rosso di fiamme Pergamo, sotto la nebbia d'un gran plenilunio d'oro. Al suo passaggio sereno scrosciavano gli ultimi muri, s'irrigidivano i vinti con l'ultimo loro singulto.

Stette sul capo a l'eroe: già le labbra ell'apriva a parlare, dolce, la voce di lei ch'egli amava; quand'egli, morendo: «No, non parlare; che immemore io muoia, ch'io muoia felice or che ti vidi: ch'io muoia con Elena sola nel cuore!»

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