O Serchio nostro, fiume del popolo! tu vai sereno come un gran popolo, lasciate le placide cune, muove all'officina comune;
le molte cune, tremule e garrule come sorgenti sotto i lor alberi, lasciate alle floride donne, cammina al lavoro in colonne;
cammina, ed empie d'un lungo murmure le vie, per mano tenendo i piccoli che vanno garrendo alle scuole, com'anche le lodole, al sole:
al sole! al sole! come le lodole che, avanti ancora l'alba, lo cercano, che dalla purezza sublime dei cieli lo vedono prime.
Tu vai; man mano giungi, e con ilare frastuono inondi l'arduo vestibolo; poi, ecco, tu frangi le messi, tu fili, qua torci, là tessi;
là picchi il maglio sopra l'incudine fornendo il bruno ferro dei vomeri, sante armi alla sola pia guerra dei ruvidi eroi della terra;
là crei l'ardente soffio che illumina qualche castello lungi sul vertice del monte, per l'acqua che adduce dall'alto, rendendogli luce.
Lavoratore lieto, coi giovani figli, Ania, Lima, Fraga, le Turriti, gigante con figli giganti, tra il lungo lavoro tu canti.
Sei l'avvenire. Tra le casipole bianche, con vive siepi, col proprio suo caldo ciascuna e suo rezzo, tu sei la gran vita di mezzo.
Va! Invano, o eterno fiume dei secoli, l'Oggi, il pigro Oggi, ti dice: - I muscoli che zappino il nostro, il tuo bene, per te! ma per me le tue vene! -
Va, va, Domani certo e ceruleo! Te vidi, quando sceso, negli umili tuoi giorni di magra, dal monte, parevi arrossire del ponte:
del ponte grande, tu sottil rivolo, roseo per una nuvola rosea, cui chiesero, il giorno, le polle, che le ravvenasse, e non volle:
tonò su Tiglio, tonò su Perpoli, velò il meriggio tinnulo all'aride cicale che tacquero, nera passò: sorrideva, la sera:
la sera, o Serchio, mentre sul candido tuo greto fitte squittian le rondini, dicevi: "Oh! in quest'afa d'estate le mie spumeggianti cascate!
Né bacio il piede bianco dei gattici, ma su le ghiaie lucide scivolo, scansando mulini e gualchiere; ché ad opra m'ha preso il podere.
Vo mogio mogio: povero a povere genti discendo, piccolo a piccoli poderi che sembrano aiuole, ma che ora inaspriscono al sole.
Son donne e vecchi soli, e mi chiamano ne' solchi nuovi, perché v'abbeveri quel lor sessantino che muore prim'anche di mettere il fiore.
Ora, un po' d'acqua chiesi alla Pania, alle mie buone polle di Gangheri, per que' poveretti, che, uguanno non mesco, non desineranno..."
Chi mai può dirti, fiume che palpiti come il buon cuore per la buon'opera: - Perché tu non operi il bene, mi prendo per me le tue vene -?
O Serchio nostro, fiume del popolo, io t'udii, forte come un gran popolo che sopra il conteso avvenire va, l'ora che volle, ruggire.
Torbido, rapido, irresistibile, correvi all'ombra di nere nuvole, portandoti in cima del flutto le livide folgori e tutto:
tutto! anche quello ch'è tuo, ch'è opera tua! Ma di tutto, fiume, eri immemore tu! fuor che di precipitare laggiù nell'abisso del mare.
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