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1855–1912

ABBA

Giovanni Pascoli

T'erano attorno lievi le vergini sorelle, navicelle che sfiorano volando questo mar crudele: ne udivi frusciare le vele;

schioccar le vele bianche, le sartie ronzar ne udivi lucide, ed esili lor voci. - O tardamente accorto, sei giunto - dicevano: - è il porto! -

Udivi queti bisbigli e queruli lagni interrotti, come di passeri désti d'un subito nel colmo dell'umida notte su l'olmo.

- Chiedi. Ove sono? Ma sei nell'isola - dalle ondulanti cimbe le vergini ti sussurravano soavi: - che in mezzo del mare sognavi;

dove la veste vieta si spogliano e il fuggitivo sembiante, e lavano nell'onda azzurra che ti culla già, l'anima loro fanciulla,

ch'emerge nuda semplice libera, monda di mali, tersa di lacrime, sì che nell'isola, per dono del cielo, risóno chi sono:

fanciulli; eterni fanciulli, ch'amano quello che andando gli uomini lasciano cadere, e il mezzo più che il tutto, e il fiore più tanto che il frutto:

vanno cantando, cantano, ed amano la dolce vita, ch'ilari donano al lor amor così novella, sì pronti, per ciò che sì bella.

Quivi poi l'arme trovano, d'ellera fiorite, e l'arpe ch'orna il Sol aureo, tessuto lì tra corda e corda dal ragno che l'inno ricorda. -

Sciacquava il mare cerulo, assiduo, sommesso, come cuore; e sul margine, velato da un oblìo canoro, splendeano gli asfodeli d'oro.

- O gran fanciullo - ti ripetevano con dolci intorno voci le vergini, - è il porto! il porto! il porto! vedi nei prati gli eroi con gli aedi:

fanciulli eterni! vedi ch'è l'isola degl'immortali! Va dove dicono ch'erra la grande ombra d'Achille, e, rossi, in un nuvolo, i Mille! -

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